
Questa parte è dedicata alle curiosità, dove ti puoi addentrare in alcuni luoghi insoliti. Buon viaggio!

UNA “POMPEI GIURASSICA” SI CELA SOTTO LE DOLCI COLLINE CHIAMATE COTSWOLDS, IN INGHILTERRA. TUTTA COLPA DI UN CATACLISMA IMPROVVISO CHE HA “CONGELATO”, IN POCHI ATTIMI, UN INTERO ECOSISTEMA. Nel centro-sud dell’Inghilterra si estende una vasta area chiamata Cotswolds, caratterizzata da colline che ospitano villaggi, castelli e dimore signorili. Come ad esempio Castle Combe, un borgo costituito da casette in pietra calcarea; oppure Bibury, luogo pittoresco famoso per le sue storiche costruzioni; e Bourton-on-the-Water, nota per essere situata lungo i canali le cui acque provengono dal fiume Windrush. Nel 2021, due paleontologi, Sally e Neville Hollingworth, hanno portato alla luce, in una cava segreta situata a sud-ovest della regione, un pezzo di fondale marino che ha conservato decine di migliaia di creature risalenti a circa 167 milioni di anni fa. In questa zona, durante il Giurassico medio, i dinosauri si aggiravano intorno a un estuario che sfociava in un bacino caldo e poco profondo, con una ricca vita marina di echinodermi. Inoltre, all’epoca le Cotswolds si trovavano più vicine al Nord Africa che all’Inghilterra, a causa del movimento delle placche tettoniche; per questo motivo la temperatura del mare era più elevata. Tuttavia, in un infausto giorno del Giurassico, un tappeto di stelle marine, ricci, cetrioli di mare e gigli di mare, che ondeggiava dolcemente nella corrente, fu improvvisamente travolto da un cataclisma: una valanga sottomarina, forse provocata da un terremoto, che ricoprì l'intero fondale con uno spesso strato di fango. Se questi organismi avessero potuto urlare, sicuramente lo avrebbero fatto, come si evince dalla posizione di stress assunta dai loro corpi, un chiaro tentativo di difesa. Per i paleontologi, questo fondale marino rappresenta una sorta di «Pompei giurassica», poiché l'intero ecosistema è stato "congelato nel tempo" in pochi istanti. Di conseguenza, questa catastrofe ha permesso agli esperti del Natural History Museum di Londra di comprendere la struttura corporea di alcuni animali e di scoprire nuovi dettagli sulle condizioni climatiche dell'epoca.
UN MONDO “ALIENO” È STATO SCOPERTO GRAZIE A POTENTI FOLATE DI VENTO NEL NEW MEXICO (USA). È LA GROTTA DI LECHUGUILLA, FATTA DI LAMPADARI DI GESSO, FOGLIE DI NINFA E LAGHETTI D’ACQUA LIMPIDISSIMA. La grotta di Lechuguilla fa parte del parco nazionale delle Carlsbad Caverns, New Mexico (USA) e deve il suo nome a una pianta tipica della zona: l'Agave lechuguilla, che si trova vicino al suo ingresso. Oggi è considerata come una delle grotte calcaree più profonde degli Stati Uniti e più lunghe al mondo, ma prima del 1986 presentava un pozzo d'ingresso insignificante di 27 metri che conduceva a 122 metri di cunicoli asciutti e senza uscita. Tuttavia, negli anni ’50, alcuni speleologi udirono del vento fortissimo proveniente dal pavimento ostruito dai detriti ma solo nel 1984 ottennero il permesso di ripulire il fondo del pozzo dai frammenti di roccia. Dopo due anni di scavi, nel 1986 riuscirono ad entrare per la prima volta in una delle grotte più belle del mondo, con i suoi 242 km di estensione e 489 metri di profondità, scoperti successivamente nell’arco di 35 anni di spedizioni. Durante le loro esplorazioni, gli speleologi furono accolti da una varietà incredibile di minerali, laghetti d’acqua limpida ma anche da conformazioni geologiche bizzarre, tra cui: lampadari, capelli e barbe di gesso; palloncini di idromagnesite; foglie di ninfea; perle di grotta e depositi di zolfo color giallo limone. Inoltre, per orientarsi nei suoi oltre 240 km di labirinti, gli speleologi hanno dovuto inventare una toponomastica, battezzando le macro-aree con nomi suggestivi: Oz e Munchkinland, una gigantesca sezione sopraelevata, lunga 180 metri, ribattezzata con i nomi tratti dal romanzo e dal film “Il Mago di Oz”; il Golfo delle Perle, ovvero un'area allagata rinomata per la massiccia presenza di perle di grotta, e la Sala da Ballo dei Lampadari, chiamata così perché il soffitto è ricoperto da colossali cristalli traslucidi pendenti che ricordano i lampadari di cristalli. Per preservare il più possibile il microclima della grotta, oggi l’accesso è limitato al personale autorizzato, ma chi si addentra affronta un’umidità costante del 99-100%, dove ogni passo diventa uno sforzo immane.
UN SUGGESTIVO BORGO È SOSPESO SU UN LEMBO DI TUFO, NEL LAZIO: È CIVITA DI BAGNOREGIO CHE, NONOSTANTE I SUOI AFFASCINANTI VICOLI, PIAZZETTE ED EDIFICI, FORSE È DESTINATA A SCOMPARIRE. La località si trova in provincia di Viterbo, in mezzo a valli di calanchi, tra il lago di Bolsena e la valle del Tevere, a breve distanza dal confine con l'Umbria. A renderla unica è la sua incredibile posizione: sorge isolata in cima a una rupe stretta e rocciosa di tufo che, poggiando su una base argillosa, continua nel tempo a sgretolarsi per via dell’azione combinata di fattori geologici, atmosferici, sismici e idrografici. Per questo motivo Civita di Bagnoregio è chiamata “la città che muore”: i processi di erosione continuano ancora oggi e il borgo rischia fisicamente di scomparire. La scelta di costruire in un punto così precario non fu però casuale. Circa 2.500 anni fa, gli Etruschi fondarono qui il primo insediamento, considerandolo una roccaforte strategica sia per il commercio sia per la difesa militare. Consapevoli della fragilità del terreno, questo popolo progettò ingegnosi sistemi idraulici per canalizzare le acque, che furono poi potenziati e mantenuti anche dagli antichi Romani. Tra la metà e la fine dell'VIII secolo d.C. nacque il nome del borgo, Balneum Regis (da cui deriva "Bagnoregio"), secondo una leggenda. Si narra infatti che il re longobardo Desiderio guarì da una grave malattia proprio grazie alle straordinarie proprietà terapeutiche delle acque termali della zona. Durante il Medioevo il borgo visse il suo massimo splendore, arricchendosi di edifici e strutture che in parte possiamo ammirare ancora oggi. Per raggiungere Civita è necessario percorrere a piedi il ponte sospeso lungo circa 300 metri. L'accesso al paese avviene attraverso Porta Santa Maria, l'unica superstite delle cinque porte originarie. Oltrepassata la soglia, ci si ritrova in un labirinto di vicoli medievali, piazzette e antichi edifici in pietra, tra cui, ad esempio: la Chiesa di San Donato, il Museo Geologico e delle Frane ospitato nel Palazzo Alemanni e la Grotta di San Bonaventura. In conclusione, Civita di Bagnoregio è un luogo affascinante, da visitare prima che “sparisca”.
UN INSOLITO METEORITE APPARE E POI SCOMPARE TRA LE DUNE DEL DESERTO DEL SAHARA, IN MAURITANIA. È IL “FERRO DI DIO”, UNA GRANDE FORMAZIONE FERROSA SORMONTATA DA “AGHI METALLICI”. Nel 1916, il capitano dell'esercito francese Gaston Ripert si trovava a Chinguetti, in Mauritania. Durante una conversazione con alcuni cammellieri, sentì parlare del "Ferro di Dio", ossia di una misteriosa e gigantesca massa metallica nascosta tra le dune del deserto del Sahara. Così, incuriosito, si recò sul posto accompagnato da un capo tribù locale e vide un'immensa formazione di ferro lucente, sormontata da strani "aghi metallici" e di dimensioni impressionanti: lunga almeno 100 metri e alta 40 metri. Ripert riuscì a staccare e portare via un frammento di 4,5 kg, che si trovava appoggiato sulla massa principale. Poco dopo, la sua guida morì avvelenata, rendendo impossibile rintracciare il luogo esatto. Nel 1924, il geologo Henry Hubert inviò il frammento a Parigi e il mineralogista Alfred Lacroix, analizzando la roccia, confermò la natura extraterrestre del campione. In particolare, fu classificato come mesosiderite, un raro tipo di meteorite ferro-roccioso, convincendo la comunità scientifica dell'effettiva esistenza della cosiddetta "collina di ferro". Per questo motivo, nello stesso anno, iniziarono numerose spedizioni guidate da militari e studiosi per localizzare il colosso, tra cui lo scienziato Théodore Monod, che lo cercò fino al 1989 senza mai trovarne traccia. In seguito, dopo vari dubbi sull'esistenza del "Ferro di Dio", nel 2003 gli scienziati scoprirono per la prima volta che gli "aghi metallici" menzionati da Ripert sono reali strutture duttili presenti nei meteoriti ferrosi ricchi di nichel, un fenomeno allora sconosciuto, che il capitano non poteva quindi conoscere. Nel 2024, un team di ricercatori ha pubblicato uno studio basato su modelli digitali di elevazione (DEM) secondo cui la "collina di ferro" potrebbe essere sepolta sotto le dune mobili del Sahara. Nel corso di un secolo, infatti, le sabbie possono spostarsi per chilometri e superare i 40 metri d’altezza del meteorite poiché in Mauritania questi rilievi sabbiosi sono in grado di superare i 150 metri di altezza.
UNA STRANA ENTITÀ SI AGGIRA TRA LE MURA DEL CASTELLO DI MONTEBELLO, IN PROVINCIA DI RIMINI. SI CHIAMA AZZURRINA, UNA PRESENZA SOPRANNATURALE CHE SI MANIFESTEREBBE OGNI CINQUE ANNI. Il Castello di Montebello, situato nel comune di Poggio Torriana, è una spettacolare fortezza medievale arroccata a 436 metri di altitudine, celebre per la sua importanza storica e architettonica, nonché per la famosa leggenda del fantasma di Azzurrina. In particolare, si narra che alla fine del XIV secolo in questo castello vivesse una bambina di nome Guendalina, figlia del feudatario Ugolinuccio o Uguccione. Ella era albina e sua madre, per proteggerla dalle accuse di stregoneria, le tinse i capelli con delle erbe; tuttavia, la tintura riuscì solo a conferire loro una sfumatura azzurra che, insieme ai suoi occhi dello stesso colore, diede origine al suo soprannome: Azzurrina. Il 21 giugno 1375, solstizio d’estate, la bambina stava giocando con la sua palla di pezza quando, a un certo punto, la palla le sfuggì di mano e lei le corse dietro, scendendo giù per le scale fino alla ghiacciaia del castello. Da allora Guendalina scomparve e non fu mai ritrovata, ma ogni cinque anni, sempre il 21 giugno, nel castello si dice che riecheggino pianti e urla attribuiti a una presenza soprannaturale. Questa classica storia di fantasmi ci è giunta grazie a un presunto resoconto scritto da un parroco della zona intitolato "Mons Belli et Deline", datato 1620, anche se tale documento non è mai stato ritrovato. Tuttavia, la leggenda di Azzurrina iniziò a diffondersi a partire dal 1989, anno in cui il castello venne ristrutturato e, per coprire le spese, si organizzarono le prime visite turistiche. Nel 1990 la RAI effettuò la prima storica registrazione delle presunte urla e, successivamente, altri studiosi del paranormale affermarono di riconoscere il pianto della bambina. Il 21 giugno 2010, alcuni ricercatori del CICAP realizzarono delle approfondite registrazioni, ma nessun rumore risultò attribuibile a una possibile entità. Secondo Piero Angela, quando il controllo scientifico è nullo il fenomeno appare intenso, mentre, al contrario, quando il controllo aumenta, il fenomeno scompare.
DUE GIOIELLI DI ORIGINE EXTRATERRESTRE EMERGONO DAL PREISTORICO TESORO DI VILLENA IN SPAGNA: SONO UN BRACCIALE E UNA SEMISFERA CAVA, REALIZZATI PRIMA DELLA SCOPERTA DEL FERRO. Nel 1963, vicino alla città di Villena, nella provincia di Alicante, l’archeologo José María Soler García scoprì il cosiddetto "tesoro di Villena", una delle più preziose raccolte di gioielli dell’Età del Bronzo mai rinvenute in Europa. In particolare, la scoperta comprendeva 66 oggetti, tra cui braccialetti, coppe, bottiglie e altri ornamenti, realizzati in oro, argento e ambra, per un peso totale di quasi 10 kg. Tra questi reperti vi erano però due oggetti in metallo insolito: un bracciale e pomo di spada semisferico cavo ricoperto d’oro, identificati come "ferro" nonostante l’Età del Ferro fosse iniziata intorno all’850 a.C., ossia molto dopo il resto del tesoro, datato tra il 1500 e il 1200 a.C. Questa discrepanza temporale generò un “mistero” cronologico per oltre sessant’anni, finché nel 2007 l’archeologo Salvador Rovira-Llorens e i suoi collaboratori condussero le prime analisi moderne e raccolsero campioni dai due reperti. Finalmente, nel 2024, gli studiosi pubblicarono i risultati sulla rivista “Trabajos de Prehistoria”. In particolare, grazie alla spettrometria di massa, rilevarono livelli di nichel fino al 5,5% nel reperto a forma di semisfera, una concentrazione impossibile da trovare nel ferro terrestre, ma tipica dei meteoriti caduti sulla Terra circa un milione di anni fa. Questa scoperta dimostra inoltre che gli artigiani iberici avevano già acquisito l’abilità di lavorare metalli di origine spaziale in un’epoca in cui non avevano ancora imparato a estrarre il ferro dalle rocce terrestri. Tale “incoerenza” deriva dal fatto che il ferro meteoritico è un metallo già pronto all’uso; pertanto, gli artigiani lo modellavano a freddo o lo intiepidivano leggermente. Al contrario, il ferro terrestre è mescolato alla roccia minerale e, per ottenerlo, deve essere riscaldato ad alte temperature, un processo che si sviluppò in seguito. Tuttavia, il tesoro di Villena non è stato il primo a includere oggetti in ferro meteoritico: furono gli antichi Egizi a usarlo per creare le perline di Gerzeh (3300-3500 a.C.).
UNA città STREGATA È ADAGIATA TRA LA VAL D’ERA E LA VAL DI CECINA, IN PROVINCIA DI PISA. È VOLTERRA, LE CUI LEGGENDE DI STREGHE, I LUOGHI OSCURI E UN INQUIETANTE STRADARIO, LE DONANO UN FASCINO SPETTRALE. Volterra è una città d’arte fortificata che conserva intatto il suo aspetto medievale, racchiusa entro una doppia cinta muraria: quella etrusca e quella del XIII secolo. Al suo interno è possibile visitare, ad esempio, il Palazzo dei Priori, il Duomo, l’Acropoli etrusca con il museo annesso, il Teatro Romano e la Fortezza Medicea. D’altro canto, Volterra nasconde anche un lato oscuro, strettamente legato al mondo delle streghe e del maligno. In particolare, secondo la leggenda, tanto tempo fa una potente strega, Aradia, figlia della dea Diana e di suo fratello Lucifero, scese sulla Terra e si stabilì a Volterra. Il suo scopo era insegnare le arti magiche a tutte le persone sottomesse alla schiavitù. Tuttavia, la Chiesa la condannò al rogo e la imprigionò, ma il giorno dell’esecuzione la sua cella fu trovata vuota. Un’altra leggenda riguarda le Streghe di Mandringa e l’omonimo sasso. Quest’ultimo è un masso erratico sotto il quale ancora oggi sgorga acqua limpida e pura dalla sua profonda spaccatura. Nel corso dei secoli, durante le ore diurne, la fonte veniva utilizzata dalle donne per lavare i panni o per rifornirsi d’acqua, ma il sabato sera il masso diventava un luogo spettrale. Sembra, infatti, che le streghe si riunissero in questo luogo per celebrare il loro sabba danzante e il principe delle tenebre. Oltre alle streghe, l’antico borgo vanta anche altre stranezze, tra cui uno “stradario inquietante”, le cui vie hanno nomi che evocano situazioni di disagio o di pericolo e luoghi infestati da presenze soprannaturali. Infatti, passeggiando tra i suoi tipici vicoli stretti, è possibile attraversare, ad esempio: il vicolo delle Streghe, il Chiasso delle Zingare, il vicolo Castrati e degli Abbandonati, via delle Prigioni e il vicolo delle Prigioni, via Vecchi Ammazzatoi e via Coda Rimessa. Infine, Volterra è una città che ha ispirato vari poeti come Gabriele D’Annunzio, nel suo romanzo "Forse che sì, forse che no", e scrittrici come Stephenie Meyer, autrice della saga “Twilight”.
DALL’OCCHIO GIGANTE ALLA SAVANA PREISTORICA, DAI FOSSILI DI ANIMALI ANCESTRALI ALLE DUNE A STELLA: SONO ALCUNI MISTERI CHE SI AGGIRANO TRA LE ROVENTI SABBIE DEL DESERTO DEL SAHARA. Nel Nord Africa, diviso dai confini di circa dieci nazioni, il Sahara è uno dei deserti più grandi del mondo, con una superficie di 9,2 milioni di km². Tuttavia, questo luogo magico cela alcuni misteri e scoperte. 1. L'Occhio del Sahara (Struttura di Richat) è una formazione geologica circolare, situata in Mauritania, dal diametro di 40-50 km che in passato era ritenuta un cratere meteoritico. Studi più recenti sostengono, invece, che circa 100 milioni di anni fa, durante la separazione del supercontinente Pangea, il magma, risalendo in superficie, abbia creato una sorta di enorme "bolla". In seguito, il “sostegno” magmatico sotterraneo diminuì, la cupola collassò e, anche grazie agli agenti atmosferici, si creò la struttura a forma circolare tutt’oggi visibile. 2. Circa 11.000-5.000 anni fa il Sahara era una verde prateria, dove prosperavano insediamenti umani e una varietà di piante e animali. Questo avviene ogni 20.000 anni grazie ai cambiamenti dell’inclinazione dell’asse terrestre che, a loro volta, influenzano la distribuzione della luce solare tra le stagioni. Di conseguenza, durante i picchi di insolazione, i monsoni africani diventano molto più intensi, rendendo il Sahara un luogo umido e più verde. 3. La Valle delle Balene (Wadi al-Hitan), in Egitto, è un sito paleontologico dove sono stati rinvenuti centinaia di fossili di archeoceti, ovvero gli antenati delle balene moderne. Questo ritrovamento ha dimostrato che oltre 40 milioni di anni fa il luogo era parte dell’antico Oceano Tetide, dove vivevano varie specie marine primitive. 4. Le dune a stella sono formazioni sabbiose caratterizzate da bracci curvilinei che si estendono da un picco centrale. Esse si originano in aree dove i venti soffiano da direzioni diverse, accumulando la sabbia verso un unico centro. Ad esempio, nel Sahara marocchino, la duna Lala Lallia è alta circa 100 metri e larga 700; la sua età alla base è di 13.000 anni, mentre la parte superiore risale a 1.000 anni fa. Queste dune si spostano di circa 50 cm all'anno.
TRA LE FOLTE NEBBIE DEL MONTE KILIMANJARO, IN TANZANIA, UNA STRANA ZONA SEMBRA SOSPESA NEL CIELO. È LA “FORESTA PREISTORICA” CHE, CON LA SUA VEGETAZIONE GIGANTE, RICORDA PAESAGGI DI UN’ERA GEOLOGICA REMOTA. A un’altitudine compresa tra i 2.700 e i 4.000 metri, sulle pendici del monte Kilimanjaro, si trova la cosiddetta “foresta preistorica”, una zona di transizione tra la foresta pluviale e la landa alpina, spesso avvolta dalla nebbia. Questo ecosistema unico è caratterizzato da specie vegetali dall’aspetto primordiale, tra cui il senecio gigante (Dendrosenecio) e la Lobelia deckenii. Per quanto riguarda la prima pianta, appartenente alla famiglia delle Asteraceae (la stessa dei girasoli), è considerata un simbolo di resistenza biologica poiché si è evoluta da un comune senecio (pianta erbacea) circa un milione di anni fa, adattandosi alle rigide condizioni del Kilimanjaro. Si distingue per la sua altezza, con lunghi tronchi che possono raggiungere dai 7 ai 10 metri d’altezza. La sua forma ricorda un incrocio tra un cactus e un ananas, e in cima al fusto presenta una corona di robuste foglie verdi. Per sopravvivere alle gelate notturne, tipiche delle alte quote africane, queste piante hanno sviluppato meccanismi di difesa unici, tra cui: 1. isolamento naturale: le foglie morte non cadono, ma restano attaccate al tronco formando uno strato isolante che protegge il fusto dal freddo; 2. antigelo biologico: secernono fluidi speciali e chiudono le foglie a rosetta durante la notte per proteggere le gemme vitali dal gelo; 3. riserva idrica: il midollo del tronco funge da serbatoio per immagazzinare l'acqua, aiutando la pianta a sopravvivere ai periodi di siccità; 4. relazioni simbiotiche: i licheni presenti sulla pianta aiutano a trattenere l'umidità. Per quanto riguarda la Lobelia deckenii, appartenente alla famiglia delle Campanulaceae, può raggiungere i 3 metri di altezza, ha un fusto cavo e fiori blu disposti su grandi spighe verticali claviformi, sostenute da una grande rosetta fogliare. Come il senecio gigante, anche questa specie affronta le condizioni estreme del Kilimanjaro con meccanismi di adattamento simili.
UN LUOGO FIABESCO GIACE A TORRE ALFINA, IN PROVINCIA DI VITERBO. È IL BOSCO DEL SASSETO, DOVE TRA MASSI LAVICI, ALBERI CONTORTI E UNA TOMBA NEOGOTICA, SI VIENE TRASPORTATI IN UN MONDO INCANTATO. Nominato dal National Geographic “Il bosco di Biancaneve”, il Bosco del Sasseto si trova ai piedi del borgo e del Castello di Torre Alfina, nel comune di Acquapendente. Il nome “Sasseto” deriva dai numerosi massi lavici originatisi circa 800.000 anni fa a causa dell'attività del complesso vulcanico dei Monti Volsini, la cui bocca eruttiva era situata nell’area dell’attuale castello. Grazie alla qualità del suo terreno, il bosco è diventato uno “scrigno di biodiversità” unico in Europa e, nel 2006, è stato dichiarato Monumento Naturale della Regione Lazio. In particolare, vi si trovano oltre 30 specie diverse di alberi, alcuni dei quali hanno una forma contorta, tanto da ricordare streghe immobilizzate lungo questi sentieri. Nel percorso si possono incontrare anche enormi tronchi abbattuti e radici aggrovigliate su massi ricoperti di muschi, licheni e vari tipi di funghi. Anche gli “abitanti” del bosco sono piuttosto variegati: si possono osservare diverse specie di anfibi, uccelli notturni e diurni, mammiferi, insetti e rettili. A rendere ancora più surreale l’atmosfera del bosco è la presenza di una tomba neogotica fatta costruire a fine Ottocento dal Marchese Edoardo Cahen d'Anvers, l’uomo che acquistò il castello di Torre Alfina e trasformò il bosco in un parco romantico. Il nobile, infatti, amava così tanto la selva del Sasseto da chiedere di esservi sepolto. Il suo corpo fu quindi mummificato e ricoperto di cera e, ancora oggi, giace intoccabile all’interno del suo mausoleo. Per quanto riguarda lo stile della struttura, si tratta di un classico esempio di neogotico rurale, caratterizzato da guglie, archi a sesto acuto e dall’uso della scura pietra lavica locale. Infine, come già accennato, sopra il bosco si erge un borgo con il suo castello, appartenuto appunto al marchese, le cui origini affondano nell’Alto Medioevo e sono legate alla storia del borgo stesso. Un viaggio che non solo ci riporta con la mente indietro nel tempo, ma ci immerge anche in un mondo fiabesco.
UNA CITTÀ ESOTERICA SI TROVA NELLA REPUBBLICA CECA: È PRAGA, CHE CON IL SUO OROLOGIO ASTRONOMICO, LE CASE DALL’ASPETTO FIABESCO E UN’ISOLA MODELLATA DAI TEMPLARI, È DIVENTATA RICCA DI FASCINO E MISTERO. Posizionata in uno dei vertici del triangolo della magia bianca (insieme a Torino e Lione), Praga è considerata uno dei centri esoterici più importanti al mondo. Già nel XIV secolo, infatti, fu governata da Carlo IV di Lussemburgo, appassionato di magia e numerologia, e poi da Rodolfo II d’Asburgo, che si circondò di alchimisti, maghi e astronomi alla ricerca della pietra filosofale e della conoscenza occulta. Un passato che ha lasciato un segno indelebile, testimoniato da numerose attrazioni, tra cui: 1. l’Orologio Astronomico, un monumento scientifico installato nel 1410 sulla torre del Municipio della Città Vecchia, dapprima concepito per aiutare i contadini a monitorare i cambiamenti stagionali. Questo capolavoro, ogni ora dalle 9 alle 23, mette in scena un breve spettacolo meccanico ricco di simboli esoterici e cristiani; 2. il Ponte Carlo, costruito dal re Carlo IV sopracitato per sostituire il Ponte di Giuditta distrutto dal fiume Moldava nel 1342, collega Staré Město (Città Vecchia) al quartiere di Malá Strana. Il sovrano scelse di iniziare la costruzione in una data suggerita da astrologi di fiducia: il 9 luglio 1357 alle ore 5:31, la cui sequenza numerica 135797531 avrebbe protetto la struttura da ogni cataclisma; 3. il Vicolo d’Oro, situato all’interno delle mura del Castello di Praga, è una strada stretta composta da 16 case colorate, edificate nel XVI secolo per ospitare inizialmente i 24 guardiani dell’imperatore e le loro famiglie. L’abitazione più nota del vicolo è la n. 22, che ospitò lo scrittore Franz Kafka, ma degna di nota è anche la casa al n. 14, appartenuta alla cartomante Madame de Thebes, condannata a morte per aver predetto la sconfitta della Germania di Hitler; 4. l’Isola di Kampa, situata lungo il fiume Moldava e separata dalla terraferma da un canale chiamato Čertovka (il "Canale del Diavolo"). Quest’ultimo fu costruito forse nel 1100 dall’Ordine dei Cavalieri di Malta per alimentare i mulini della zona, modellando definitivamente l’isola.
MISTERIOSI “FUNGHI GIGANTI” EMERGONO NELLA VAL MAIRA, IN PROVINCIA DI CUNEO, PIEMONTE. SONO I CICIU DEL VILLAR, FORMAZIONI ROCCIOSE RISALENTI A 12.000 ANNI FA, CHE HANNO ISPIRATO LEGGENDE SULLE STREGHE. Nel comune di Villar San Costanzo, in località Costa Pragamonti (Val Maira), si trova la curiosa Riserva Naturale dei Ciciu del Villar, situata a quote comprese tra 670 e 1350 metri, sviluppata lungo le pendici del monte San Bernardo. Essa è stata istituita nel 1989 dalla Regione Piemonte allo scopo di proteggere le sculture morfologiche naturali dette Ciciu, parola piemontese che significa “pupazzo” o “fantoccio”. Alti fino a 10 metri, la loro forma ricorda quella di un fungo gigante: il cappello è costituito da un masso di gneiss, una roccia metamorfica dura e resistente, mentre il gambo è formato da terriccio argilloso di colore rossastro. In origine, i Ciciu del Villar si sono formati alla fine dell’ultima era glaciale, ovvero circa 12.000 anni fa, a causa dello scioglimento dei ghiacciai, che provocò lo straripamento del torrente Faussimagna. Di conseguenza l’acqua, scendendo lungo le pendici del monte San Bernardo, trasportò a valle una grande quantità di detriti che formarono i gambi dei “funghi di pietra”. I grandi cappelli scuri si sono formati, invece, a seguito di frane e/o eventi sismici. Naturalmente, nel corso dei secoli, queste strane sculture non potevano non favorire la nascita di leggende legate ai culti pagani e cristiani. In particolare, alcuni racconti narrano che i Ciciu siano nati per effetto delle masche, le streghe piemontesi, oppure sarebbero delle masche trasformate in pietra dopo che un uragano interruppe un rito magico durante un sabba. Secondo un’altra storia, invece, il martire San Costanzo, scappando dai soldati romani, giunse sul monte San Bernardo e, con una violenta maledizione, trasformò i militari in Ciciu. A tal proposito, infatti, vicino alla riserva si trova l’antica abbazia benedettina di Villar San Costanzo (712 d.C.), caratterizzata da una cripta risalente all’anno Mille, da affreschi dedicati a San Giorgio e da una lapide muraria tradizionalmente considerata intrisa del sangue di San Costanzo, citato poc'anzi.
UN GRANDE VOCIFERARE PROVIENE DAL PAESE DI SĂPÂNȚA, IN ROMANIA! SONO I DEFUNTI NEL CIMITERO ALLEGRO CHE, IN MODO DISCRETO, “SUSSURRANO” GOSSIP IMBARAZZANTI SULLA LORO VITA. A Săpânța, situato presso la chiesa ortodossa Nașterea Maicii Domnului giace il Cimitero Allegro (Cimitirul Vesel), un camposanto costituito da circa 800 croci in legno, intagliate e dipinte con colori vivaci. Su ciascuna di esse sono incisi bassorilievi che descrivono la vita del defunto: donne che filano la lana, cuociono il pane, uomini che intagliano il legno, arano la terra, e così via. Ogni croce è unica, sia per le immagini intagliate nella parte superiore, sia per le parole presenti nella parte inferiore della struttura. Vi si trovano infatti poesie ironiche e satiriche che immortalano un aspetto rilevante, una virtù o un difetto del defunto, come se fossero messaggi rivolti al mondo dei vivi. Ad esempio, in un’epigrafe si legge: «Lui amava i cavalli. Un’altra cosa amava molto. Sedersi al tavolo di un bar. Accanto alla moglie di un altro» oppure «Coloro che amano la buona grappa come me patiranno perché io la grappa ho amato e con lei in mano sono morto». Di solito i rumeni considerano la morte di un loro caro un momento solenne, ma questo bizzarro cimitero è anche associato alla cultura degli antichi Daci, che vedevano il trapasso come un momento gioioso, poiché avrebbe condotto il defunto a una vita migliore rispetto a quella terrena. Per quanto riguarda lo stile del Cimitero Allegro, esso fu creato da un abitante del posto, Stan Ioan Pătraș, che nel 1934 decise di realizzare la sua futura lapide e, in seguito, anche quella degli altri. Iniziò così a scrivere poesie spiritose sui defunti, a dipingere i loro ritratti sulle croci e a raffigurare il modo in cui erano deceduti. Nel 1977 Pătraș morì, lasciando casa e attività al suo apprendista Dimitru Pop, che ha trasformato l’abitazione del maestro in un museo-laboratorio. Nonostante l’umorismo nero delle croci, dice Pop, le famiglie desiderano che sulle croci sia riprodotta la vera vita del loro caro. Insomma, un modo per superare la paura della morte con ironia e per essere ricordati per sempre con un sorriso.
UN VERTIGINOSO PERCORSO SI STAGLIA NEL CANYON “LA GOLA DI GAITANES”, IN SPAGNA. È IL CAMINITO DEL REY CHE TRA CASE-GROTTE, REPERTI PREISTORICI E ROTAIE OTTOCENTESCE, FU IL SENTIERO PIU’ PERICOLOSO DEL MONDO. Il Caminito del Rey ("Sentiero del Re") è un percorso situato nella località di El Chorro, nella provincia di Málaga, in Andalusia. Si sviluppa all'interno della Gola di Gaitanes, un canyon scavato dal fiume Guadalhorce, caratterizzato da formazioni calcaree e dolomitiche risalenti a circa 150-200 milioni di anni fa. In particolare, il Caminito del Rey è lungo circa 7,7 chilometri, compresi gli accessi, e si trova a un’altezza di oltre 100 metri, con un andamento discendente. Agli inizi del XX secolo, operai e tecnici necessitavano di un passaggio stabile per collegare la centrale idroelettrica, le dighe e il canale di derivazione; per questo motivo fissarono travi metalliche alla roccia, parapetti rudimentali e mensole sulla parete viva. Nel 1921, il re Alfonso XIII inaugurò il percorso e da allora venne chiamato Caminito del Rey, in onore della presenza del sovrano. Col tempo la struttura si deteriorò, causando numerosi incidenti, tanto che fu soprannominata “il sentiero più pericoloso del mondo”. Nel 2015 è stato restaurato e oggi è possibile percorrerlo in totale sicurezza. Vediamo alcuni punti salienti. All’ingresso si trovano le case-grotta di Sierra Parda, arroccate e in parte risalenti al Medioevo, abitate negli anni ‘70 dagli operai della centrale. Nella prima gola il percorso si restringe e si possono osservare resti delle strutture originarie in cemento e rotaie ferroviarie. Tra la prima e la seconda gola si apre una cavità triangolare, nella quale sono disseminati resti di ceramica e tracce di caccia attribuibili all’uomo neolitico, risalenti a circa il 5000 a.C. Nella seconda gola si trovano i tunnel ferroviari della linea Málaga-Córdoba, realizzata nel 1865 con 17 trafori e numerosi viadotti. Per i più temerari, nella terza gola è presente un balcone di vetro dal quale è possibile osservare le cavità del Peñón del Cristo e reperti risalenti all’età del Bronzo. Infine, si trova il ponte metallico, lungo 35 metri, che permette di percepire l’imponenza del canyon.
UN CURIOSO “POPOLO” SBUCA TRA I CIUFFI D’ERBA DELLA VALLE DI BADA, IN INDONESIA. SONO GLI AFFASCINANTI MEGALITI DI GRANITO LA CUI ORIGINE, ANCORA OGGI, È SCONOSCIUTA. Sull'isola indonesiana di Sulawesi, a circa 15 km a sud del Parco Nazionale Lore Lindu, si trova un'area conosciuta come la valle di Bada, dove è possibile incontrare i megaliti di granito, semisepolti nei campi o rovesciati nei fiumi. Il sito fu scoperto nel 1908 e, fino ad oggi, gli studiosi hanno rilevato più di 400 pietre incise, di cui solo una trentina hanno la forma di figure umane. In particolare, queste ultime possono raggiungere un’altezza di 4 metri; i loro corpi hanno una postura eretta, le teste sovradimensionate, gli occhi rotondi e un’unica linea che definisce le sopracciglia, guance e mento. Ad alcune sculture antropomorfe, le più note, sono stati attribuiti dei nomi, come ad esempio: Palindo, che significa “l’intrattenitore”, il più alto di tutti, ipotizzato come una sorta di giullare; Maturu, ossia “l'uomo addormentato”, una figura maschile lunga circa 3,5 metri; e Langke Bulawe, “braccialetto d’oro”, una figura femminile alta 1,8 metri. Oltre a questi megaliti, sono presenti anche delle pietre circolari che ricordano vasi e cisterne, chiamate Kalamba. I ricercatori suppongono che esse venissero usate o come vasche da bagno per i re o come contenitori per conservare il grano. Nonostante i ritrovamenti, ancora oggi sappiamo poco su questo “popolo”: alcuni studiosi sostengono che le sculture siano state create almeno 5.000 anni fa, mentre altri non più di mille. Inoltre, la comunità scientifica non è ancora riuscita a comprendere lo scopo di queste sculture, anche se, secondo la catalogazione iniziata nel 2001, si ipotizza che possano essere collegate ad antichi culti tribali appartenenti a una civiltà sconosciuta. Tuttavia, il vero rompicapo è che il tipo di pietra con cui sono state realizzate non è presente sull’isola e che, in tutta la zona, gli archeologi non hanno mai trovato attrezzi o resti di insediamenti umani. Rimane quindi da pensare che queste curiose sculture siano state realizzate e poi trasportate da un altro luogo.
UN INCANTEVOLE BORGO SI ADAGIA TRA COLLINE VERDEGGIANTI E VIGNETI SECOLARI, IN FRANCIA. È RIQUEWIHR CHE TRA CASE COLORATE, FONTANE, TORRI DIFENSIVE, E BOTTEGHE ARTIGIANE, SEMBRA USCITO DA UNA FIABA. Riquewihr è un borgo medievale di circa 1.200 abitanti, situato nel dipartimento dell'Alto Reno in Alsazia (regione Grand Est), lungo la “Strada dei Vini”. È noto per essere uno dei villaggi più pittoreschi della Francia e per aver ispirato il film Disney “La Bella e la Bestia” (1991) e “Il castello errante di Howl” (2004) di H. Miyazaki. Uno degli aspetti che lo caratterizzano è la sua architettura, rappresentata dalle case a graticcio colorate, risalenti ai secoli XVI e XVII, spesso arricchite da decorazioni scolpite, balconi fioriti e insegne in ferro battuto. In particolare, gli edifici erano dipinti con vari colori per indicare l’attività commerciale (ad esempio, il blu segnalava la casa di un falegname, mentre il giallo quella dei panettieri), l’appartenenza religiosa (i colori più neutri corrispondevano ai protestanti) o lo status sociale (i colori vivaci rappresentavano il benessere del proprietario). Inoltre, sulle travi di legno gli alsaziani incidevano un linguaggio simbolico con lo scopo di comunicare messaggi o proteggere la casa. Tra le costruzioni più famose, situate sulla via principale del borgo, Rue du Général de Gaulle, si trovano: la Maison de Hansi, la Maison Irion, la Maison Preiss-Zimmer e la Maison des Légendes, un negozio che propone oggetti di stregoneria alsaziana, dedicato alla presunta strega vissuta nel XVII secolo che salvò gli abitanti di Riquewihr dagli invasori. Altri edifici di interesse sono: il municipio (Hotel de la Ville), costruito nel 1809 in stile neoclassico; la fontana di Belle, una delle immagini più iconiche del film “La Bella e la Bestia”; la Torre Dolder, una torre di avvistamento alta 25 metri, edificata nel 1291, utilizzata come punto di osservazione e elemento difensivo del borgo. Essa si trova accanto alla Porta Alta e offre una splendida vista sulle colline e sui vigneti circostanti. Infine, la Tour des Voleurs (Torre dei Ladri), costruita nel XIV secolo, nella quale è possibile visitare i sotterranei, l’antica prigione e la camera delle torture.
A SUD DELL’EGITTO, IN SUDAN, UN’ANTICA REGIONE È CONOSCIUTA COME “LA TERRA DELL’ORO”. È LA NUBIA CHE, TRA LE SUE SABBIE DESERTICHE, CUSTODISCE LA PIU’ ALTA CONCENTRAZIONE DI PIRAMIDI AL MONDO. Dichiarata Patrimonio dell’UNESCO nel 2011, la Nubia è un’antica regione del Sudan citata nei testi geroglifici come “La terra dell’oro”, poiché ricca di vene di quarzo aurifero. Qui, lungo il corso del Nilo, si trovano sparsi antichi templi e rovine di città leggendarie come Meroe, la capitale del regno di Kush (800 a.C. - 300 d.C.), El-Kurru e Nuri. In particolare, si contano circa 220 piramidi (in Egitto ce ne sono circa 120), che rappresentano la maggiore concentrazione al mondo, dove furono sepolte quasi 40 generazioni di reali nubiani. Tuttavia, anche se le piramidi sono state influenzate dagli antichi Egizi, presentano differenze strutturali. Nello specifico, le piramidi, che sovrastano le camere funerarie interrate, sono più appuntite rispetto a quelle classiche e più basse, con un’altezza massima di 20-30 metri, contro i 138 metri (attuali) della piramide di Cheope, ad esempio. Inoltre, le pareti sono più ripide, la base più stretta e davanti a ogni piramide si trova una piccola cappella funeraria decorata con rilievi. Sempre nella regione della Nubia, nell'antica città di Napata, si erge una montagna chiamata Jebel Barkal (montagna pura), alta 98 metri, con pendii ripidi e una peculiare guglia rocciosa che ricorda un cobra (simbolo reale egizio). Essa era considerata l’abitazione del dio Amon e, per questo, un luogo di pellegrinaggio e culto. Ai piedi del monte si trovano diverse strutture religiose costruite durante il regno dei “Faraoni Neri”. Ad esempio, vi è il Grande Tempio di Amon (XIII secolo a.C.), caratterizzato da un viale ornato da statue di arieti, una serie di cortili aperti, sale ipostile e un santuario interno, in parte scavato nella roccia della montagna. Un altro luogo di culto si trova a Naga, dedicato ad Apedemak (I secolo d.C.), ossia il dio guerriero rappresentato con corpo umano e testa di leone; infine, accanto a questa struttura, si trova il Chiosco Romano (II sec. a.C.), un mix unico di stili egizio, greco e romano.
NUMEROSI TICCHETTII “SI ODONO” IN UN PAESE UBICATO NELLA VAL PESARINA, IN FRIULI VENEZIA GIULIA. È PESARIIS, IL BORGO DEGLI OROLOGI, DOVE È POSSIBILE SCOPRIRE DIVERSI MODI DI MISURARE IL TEMPO. Pesariis è un tipico paese di montagna situato nella suggestiva Val Pesarina (nota anche come la Valle del Tempo), nel comune di Prato Carnico, in provincia di Udine. È conosciuto a livello internazionale come il "paese degli orologi" grazie a un’antica tradizione orologiaia iniziata nel 1691 dai membri della famiglia Cappellari. Tuttavia, la produzione ufficiale di orologi meccanici ebbe inizio nel 1725 con la fondazione dell’azienda storica “Fratelli Solari”, celebre in tutto il mondo, in particolare per la costruzione di orologi da torre. Il villaggio è caratterizzato da case tradizionali in pietra e legno, con tetti dai ripidissimi spioventi coperti di tegole a scandole, in gran parte recuperate dopo il terremoto del 1976. Passeggiando tra le sue stradine, è possibile seguire un percorso espositivo di 15 orologi monumentali, progettati per rappresentare, attraverso varie forme artistiche, il trascorrere e la misurazione del tempo. Ad esempio, si possono osservare: 1. l’orologio a palette giganti, che mostra tutti i mesi dell’anno, il giorno del mese e della settimana, l’ora e la fase lunare; 2. l’orologio a vasche d’acqua, che utilizza un flusso costante per riempire ogni singola vasca in un’ora, dopodiché l’acqua passa alla vasca successiva fino al riempimento delle 12 vasche; 3. l’orologio con carillon, il cui carillon è collegato all’orologio elettrico degli anni ’50 che batte ore e quarti. Composto da undici campane, suona il canto antico “Us Saludi, o Marie” ed esegue diverse melodie; 4. l’orologio planisfero, che rappresenta le costellazioni e i movimenti celesti, offrendo una visione del tempo su scala cosmica; 5. l’orologio a scacchiera, le cui ore e minuti appaiono tramite la rotazione di quadrati bicolore (rosso e bianco), azionati da un orologio pilota. Inoltre, a Pesariis è possibile visitare il Museo dell’Orologeria Pesarina, che espone la tradizione artigianale degli orologi, completando il percorso espositivo all’aperto citato pocanzi.
UN PAESE FANTASMA EMERGE TRA ACQUE PALUDOSE ED EDERA RAMPICANTE, A CISTERNA DI LATINA, NEL LAZIO. È NINFA, LE CUI MURA, PONTI ED EDIFICI MEDIEVALI SONO AVVOLTI DA UN ROMANTICO GIARDINO. L’antico paese di Ninfa si trova nella pianura pontina (Agro Pontino), in provincia di Latina, precisamente nel comune di Cisterna di Latina, ai piedi dei Monti Lepini. Il suo nome sembra derivare da un tempio dedicato alle ninfe, costruito in epoca romana nei pressi dell’omonimo laghetto e di un piccolo centro agricolo. Durante l’VIII secolo, la via Appia e la via Severiana divennero impraticabili a causa dell’avanzamento della palude; per questo motivo, i traffici commerciali si spostarono sulla dorsale collinare. Di conseguenza, tale cambiamento rese Ninfa un centro vitale per il controllo delle vie di comunicazione verso Roma e una ricca cittadina fiabesca. In particolare, nell’XI secolo gli abitanti costruirono una cinta muraria all’interno della quale sorsero chiese, torri e case, quasi tutte a due piani, dotate di un solaio o di un granaio. Una delle costruzioni più imponenti è il castello, che presenta, agli angoli della facciata, due torri merlate quadrangolari. Oltre a questi monumenti, vi è un ponte detto “del macello”, sotto il quale scorre il fiume Ninfa, e un laghetto che ospita un tipo di trota proveniente dall’Africa, importata dagli antichi Romani. Purtroppo, nel XIV secolo il paese fu distrutto, ma nel XVI secolo alcuni esponenti della famiglia nobile Caetani, presenti nel territorio pontino e lepino, decisero di far emergere le rovine medievali e di dar vita a un giardino con pregiate varietà botaniche, sorgenti e fontane. Tuttavia, solo nell’Ottocento l’inglese Ada Bootle Wilbraham, moglie di Onorato Caetani, e i suoi figli crearono una vera e propria oasi in stile anglosassone, bonificando le paludi, piantando cipressi, lecci e faggi, e restaurando altre rovine. Inoltre, anche l’ultima erede della famiglia, Lelia, diede il suo contributo, che permise a questa splendida meraviglia di guadagnarsi la fama di uno dei giardini più belli, romantici e suggestivi al mondo.
UN FANTASTICO MONDO SI NASCONDE NELLA REGIONE DI MURCIA, IN SPAGNA. È SIMA DE LA HIGUERA, UNA GROTTA FATTA DI “NUVOLE” CHE SCENDONO DAI SOFFITTI, CONI CHE SPUNTANO DAI PAVIMENTI E SPLENDIDI LAGHETTI. La Sima de la Higuera (Grotta del Fico) si trova nella Sierra de Espuña, nel comune di Pliego, ed è il più grande sistema di grotte conosciuto nel sottosuolo della Murcia. Per accedervi, è necessario raggiungere il Monte del Cabezo y Cuesta de Aledo, situato a 485 metri di altitudine, con un dislivello di 72 metri. La grotta era già nota agli abitanti della zona fin dall’antichità con il nome di Sima del Cementerio, poiché l’ingresso è visibile dal cimitero del paese. Tuttavia, la sua grandezza fu scoperta nel 1996 dagli speleologi locali Pedro López e Gema Cánovas che, utilizzando le radici del fico da cui la grotta prende il nome, iniziarono le loro discese e i lavori di scavo, aprendo passaggi e sale spettacolari. Nello specifico, il percorso si sviluppa attraverso uno spazio sinuoso e labirintico di 5.500 metri di lunghezza, raggiungendo una profondità massima di circa 150-156 metri. La temperatura è sempre costante e si aggira intorno ai 20 °C, ma con un tasso di umidità molto elevato, spesso vicino al 100%! La sua origine è dovuta a complessi processi geologici legati all’attività di un antico lago termale. In particolare, questa grotta è di natura “ipogenica”, cioè si è formata grazie ad acque che risalgono dalle profondità della terra verso la superficie. Questo movimento ascendente ha causato lo scioglimento delle rocce carbonatiche (carsismo), modellando le cavità sotterranee e dando origine a concrezioni meravigliose. Ad esempio, nella Sala dei Coralli il soffitto è ricoperto di coralloidi, mentre le pareti presentano formazioni arborescenti, insieme a cristalli di calcite, stalattiti e stalagmiti; i pavimenti sono decorati con piccoli coni e ospitano vasche d'acqua permanenti. Oppure, la Sala del Paradiso racchiude rare formazioni a cono doppio, oltre a quelle di aragonite e a imponenti “nuvole” di roccia. In definitiva, questa grotta può essere esplorata solo chiedendo un permesso e con conoscenze delle tecniche speleologiche.
UN’ANTICA CITTA’ EGIZIA POTREBBE SVELARE IL MISTERO DI UNA REGINA DAL FASCINO MAGNETICO! È TAPOSIRIS MAGNA CHE, GRAZIE A UN TUNNEL SOTTERRANEO, POTREBBE CONDURRE ALLA TOMBA DI CLEOPATRA. Secondo le fonti antiche, Cleopatra, l’ultima regina dell’Egitto tolemaico, e Marco Antonio, suo amante e sposo di fatto, furono sepolti insieme nel 30 a.C. Lo storico e filosofo greco Plutarco (45-120 d.C.), in una delle sue biografie, la "Vita di Antonio", descrisse gli eventi che portarono Cleopatra al suicidio e la tomba in cui si era “barricata” insieme al marito. In particolare, l’imponente sepolcro dovrebbe trovarsi nel mausoleo di Alessandria, vicino a un tempio di Iside, contenente un ricco tesoro. Peccato che della tomba si siano perse le tracce a causa di un terremoto devastante, di magnitudo compresa tra 8.3 e 8.5, che distrusse la città nel 365 d.C. Di recente, intorno al 2004, l’archeologa domenicana K. T. Martínez-Nazar Berry, nonché avvocato penalista, decise di ricostruire il passato di Cleopatra come se fosse una scena del crimine e di cercare il suo sepolcro a Taposiris Magna, un antico centro religioso fondato dal faraone Tolomeo II Filadelfo tra il 280 e il 270 a.C. Proprio qui, nel 2022, Martínez e la sua squadra scoprirono, a 13 metri di profondità, un tunnel scavato nella roccia che conduceva verso il mare, lungo 1.300 metri e alto 2 metri, definito dagli esperti “miracolo geometrico” per la sua incredibile precisione costruttiva. Un’altra scoperta altrettanto interessante avvenne nel 2025: un porto sommerso, con anfore e ancore, che suggerisce che quel sito fosse utilizzato anche per il commercio marittimo, attività a cui Cleopatra era molto legata. Dopo vent’anni di ricerche, la Martinez è riuscita a recuperare oltre 2.600 reperti, tra cui monete con l’effigie di Cleopatra e una maschera su cui è stata riprodotta una fossetta sul mento, che ricorda Marco Antonio. D’altro canto, alcune sezioni del tempio potrebbero trovarsi sott’acqua, rendendo l’esplorazione molto difficoltosa. Pertanto, ancora oggi purtroppo non sappiamo dove si trovi il sepolcro; per ora dobbiamo “accontentarci” delle bellezze storiche che l’archeologia ci regala.
UNA SCOPERTA STRAORDINARIA È STATA SVELATA NEL SAHARA, L’INOSPITALE DESERTO CHE UN TEMPO ERA UNA SAVANA. SONO DUE MUMMIE UMANE APPARTENENTI A UN POPOLO ISOLATO, MA CON UN DNA SCONOSCIUTO. Nel periodo umido africano, tra 14.600 e 5.500 anni fa, l’attuale deserto del Sahara si presentava come una lussureggiante savana, caratterizzata da laghi e fiumi (il cosiddetto Sahara verde), capace di ospitare comunità umane oggi dimenticate. Al centro di questo scenario si trova la grotta di Takarkori, nel sud-ovest della Libia, incastonata nel cuore delle montagne del Tadrart Acacus. Proprio qui, nel 2025, un team di ricercatori internazionali dell’Università La Sapienza di Roma e del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia (Germania) ha scoperto due mummie vissute nel Sahara circa 7.000 anni fa. Attraverso l’analisi del DNA, è emerso che appartenevano a una linea genetica sconosciuta, separatasi dalle popolazioni subsahariane circa 50.000 anni fa. Esse facevano parte di una “popolazione fantasma” che non sembra avere legami diretti con le comunità moderne della regione. Infatti, contrariamente all’ipotesi secondo cui si riteneva che il Sahara verde fosse una sorta di corridoio migratorio, i dati dimostrano che esso ha invece funzionato da “barriera” genetica. Gli abitanti nordafricani, come quelli di Takarkori, si sono sviluppati in modo indipendente, mantenendo un’identità distinta. Lo studio, inoltre, rivela che il sangue delle due mummie presentava una componente neandertaliana (originaria dell'Europa e dell'Asia occidentale) superiore a quella osservata nelle popolazioni africane, ma inferiore rispetto agli esseri umani che migrarono fuori dall’Africa. Questo perché le mummie del Sahara, pur essendo una popolazione geneticamente distinta e isolata, presentano piccole tracce di DNA neanderthaliano, trasmesse da popolazioni esterne all’Africa che avevano già avuto incroci con i Neanderthal. Questa scoperta, pubblicata su “Nature”, dimostra che il Sahara Verde ha svolto sì la funzione di barriera genetica, ma non assoluta, permettendo una sottile "contaminazione" neanderthaliana.
UN LUOGO MISTERIOSO È UBICATO NEL COMUNE DI SINTRA, IN PORTOGALLO. È QUINTA DA REGALEIRA, UNA TENUTA DOVE, TRA LABIRINTI, POZZI E GROTTE NASCOSTE SI SVOLGEVANO RITI ESOTERICI E ALCHEMICI. Dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall’UNESCO, Quinta da Regaleira è una tenuta del XIX secolo, situata nel comune di Sintra, in Portogallo. Inizialmente appartenuta alla Baronessa di Regaleira, passò successivamente ad António Augusto de Carvalho Monteiro, un ricco commerciante di caffè e massone. Tra il 1904 e il 1910, quest’ultimo trasformò una semplice proprietà nobiliare di 4 ettari in una dimora misteriosa ed esoterica, con l’aiuto dell’architetto Luigi Manini. Dal 1997 a oggi, la tenuta appartiene al comune di Sintra. Vediamo alcuni punti salienti. 1. Il Palazzo di Regaleira è caratterizzato da una torre ottagonale, parte del suo stile neomanuelino, e decorato con pinnacoli e gargoyle scolpiti sulla facciata principale. Esso fu concepito come un luogo ricco di simboli, in cui si intrecciano elementi riferiti alla storia del Portogallo e dei Cavalieri Templari. All’interno è possibile visitare il primo piano, tra cui: la Sala della Caccia, del Rinascimento, dei Re e del Fumo. 2. Il Pozzo Iniziatico, paragonato a una “torre rovesciata”, è costituito da una scala a chiocciola in stile gotico, profonda 27 metri e composta da 9 piani, un numero che forse richiama i 9 gironi dell’Inferno di Dante, fino a condurre a una Croce Templare posta alla sua base. In particolare, si ritiene che il pozzo fosse utilizzato per rituali cerimoniali, poiché la leggenda suggerisce che Monteiro fosse connesso con i Cavalieri Templari, la Massoneria e i Rosacroce. 3. Dal Pozzo Iniziatico si diramano una serie di cunicoli scavati che simboleggiano passaggi oscuri: alcuni “conducono alla luce”, ossia a giardini caratterizzati da cascate e laghetti, mentre altri portano al Pozzo Incompiuto, mai terminato. 4. La Cappella della Santissima Trinità è un piccolo santuario che, esternamente, presenta una decorazione tradizionale, mentre all’interno fonde l’iconografia cattolica con riferimenti esoterici. Sotto di essa si trovano una cripta e un tunnel segreto che la collega ai luoghi significativi della tenuta.
UN GRAN FERMENTO RIBOLLE IN UN PARCO VICINO A ROTORUA, IN NUOVA ZELANDA. È IL WAI-O-TAPU CHE, TRA I SUOI PAESAGGI SURREALI, OSPITA LA PISCINA CHAMPAGNE, IL BAGNO DEL DIAVOLO E UN GEYSER ALTO 20 METRI. Wai-O-Tapu, che in lingua maori significa “acque sacre”, è un incredibile parco geotermico situato in Nuova Zelanda, a circa 30 km dalla città di Rotorua, nella zona vulcanica di Taupo. I primi visitatori lo esplorarono nel 1880 e successivamente divenne famoso per i suoi fanghi ribollenti, i terreni fumanti, i geyser e i laghi colorati. Si estende su una superficie di 18 km², ma solo in parte è accessibile al pubblico. Vediamo alcuni esempi. 1. La Piscina Champagne è un’enorme vasca d’acqua (65 metri di diametro per 62 di profondità), la cui temperatura in superficie è di circa 70°C, mentre nel punto più profondo raggiunge i 260 gradi. Grazie a un’eruzione idrotermale avvenuta circa 900 anni fa, alla presenza di anidride carbonica, azoto, idrogeno e alle sue alte temperature, l’acqua è effervescente: dal lago emergono infinite bollicine che ricordano una gigantesca coppa di champagne! Inoltre, è possibile ammirare la spettacolare tavolozza di colori che la caratterizza, che va dal verde acido al giallo intenso, fino al rosso brillante. Questo particolare fenomeno si è creato sempre grazie all’eruzione sopra citata, che ha portato i minerali a sciogliersi e a formare numerose chiazze d’acqua colorate. 2. Il Bagno del Diavolo è uno stagno di colore verde acido/neon, prodotto da un’intensa attività geologica risalente a circa 200.000 anni fa. In particolare, l’insolita sfumatura è dovuta a un fenomeno geotermico provocato dai depositi di zolfo raccolti nell’acqua del cratere, mescolati alla varietà di minerali presenti nel terreno. La sua colorazione può variare a seconda della luce solare e della quantità di minerali presenti: ad esempio, una prevalenza di ferro conferisce alla pozza un verde acceso, mentre lo zolfo dona una tonalità gialla. Inoltre, le esalazioni provenienti dai depositi di zolfo diffondono nell’area un odore caratteristico. 3. Il geyser Lady Knox erutta in modo indotto ogni mattina, raggiungendo un’altezza di circa 20 metri.
NASCOSTA NEL CIMITERO DI BROMPTON, A LONDRA, C’E’ UNA STRANA STRUTTURA AVVOLTA NEL MISTERO: È IL MAUSOLEO DI HANNAH COURTOY, CHE PARE OSPITI UNA MACCHINA DEL TEMPO. Hannah Courtoy visse a Londra dal 1784 al 1849, ebbe tre figlie e nel 1815 ereditò una notevole ricchezza da un mercante anziano. Come molte altre persone dell’epoca vittoriana, nutriva un particolare interesse per le scienze occulte e per le storie legate all’antico Egitto, che la portarono ad incontrare un famoso egittologo di nome Joseph Bonomi. Quest’ultimo era convinto di aver scoperto il modo di viaggiare nel tempo grazie allo studio dei geroglifici egizi e, con l’aiuto del suo amico Samuel Alfred Warner, riuscì a convincere Hannah a finanziare la prima macchina del tempo funzionante. Così i due inventori decisero di costruire il loro rivoluzionario dispositivo in un cimitero, ritenendo che ciò avrebbe ridotto le interferenze temporali, ed in particolare in un mausoleo che fu completato nel 1853. La struttura si presenta con una pesante porta d’ingresso in bronzo, ornata da geroglifici egizi che non sono decifrabili, ma simboli ornamentali evocanti il mistero e il fascino per l’egittologia. Secondo la leggenda, qui dovrebbero essere sepolte Hannah Courtoy e due delle sue figlie insieme alla macchina del tempo. A differenza delle altre tombe ubicate nel cimitero, per questa non esiste un piano di conservazione archivistico, e la chiave per aprire il misterioso mausoleo è scomparsa. Ciò significa che da oltre 150 anni non è possibile vedere cosa si trovi realmente al suo interno, alimentando ulteriori speculazioni. Secondo Stephen Coates, bis-bisnipote di Hannah Courtoy, la tomba sarebbe una camera di teletrasporto (e non una macchina del tempo), parte di una rete di camere erette nei sette cimiteri costruiti ad anello intorno a Londra nel XIX secolo. Nonostante le varie interpretazioni, ancora oggi nessuno sa con certezza cosa si nasconda nel mausoleo, fino a quando non si troverà la chiave o non se ne creerà una nuova. Per ora, resta la leggenda secondo cui questa struttura sarebbe una macchina del tempo, simile alla cabina della serie televisiva “Doctor Who”, ma fissa.
SONO AVVOLTI DA STRANI “COPRICAPI”, HANNO LA TESTA PIU’ GRANDE DEL CORPO E LA PELLE BIANCA! SONO I WANDJINA, PITTOGRAMMI AUSTRALIANI CHE PARE RAPPRESENTINO ESSERI DI ALTRI MONDI. A Kimberley, una delle nove regioni dell'Australia Occidentale, presso il Mount Elizabeth Station, si trovano degli “strani” pittogrammi, chiamati Wandjina e alcuni di questi risalgono a circa 4000 anni fa. Tali pitture rupestri rappresentano figure antropomorfe con la testa più grande del corpo, avvolta da strani “copricapi”, decorati in alcuni casi da "pennacchi" radianti. Gli occhi sono inquietanti: grandi e neri, un naso a becco e sono senza bocca ma spesso presentano un'area ovale sotto il collo. La loro pelle è bianchissima, il che non rispecchia la pelle scura aborigena. Ma perché sono tanto enigmatici? Perché alcuni sostenitori della Teoria degli Antichi Astronauti affermano che i Wandjina rappresentino alieni scesi sulla Terra migliaia di anni fa e che avrebbero contribuito alla formazione dell’universo e delle tradizioni aborigene. Il motivo che spinge alcune persone a condividere questa prospettiva è dovuto al come sono stati rappresentati. Mentre per i popoli aborigeni del Kimberly che cosa raffigurano? Per loro sono potenti figure spirituali che fanno parte delle leggende del Dreamtime ossia dei miti della creazione che spiegano come si è formata la loro cultura, il mondo e le sue caratteristiche. In particolare per le tribù sono spiriti della pioggia e delle nuvole, venuti dal cielo e responsabili del ciclo stagionale. Quindi, rivedendo i pittogrammi, i loro grandi occhi simboleggiano la saggezza, la capacità di influenzare il tempo e la fertilità, mentre l'assenza della bocca evidenzia la loro natura di esseri spirituali, che "parlano" solo attraverso la creazione. Per quanto riguarda, invece, i cosiddetti “copricapi” rappresentano nuvole stilizzate, come una U rovesciata, spesso circondata da fulmini e l’area ovale sotto il collo, potrebbe essere il jakoli ovvero il talismano di madreperla portatore di pioggia. In definitiva, i Wandjina non sono alieni e nemmeno demoni o diavoli se fossimo nel medioevo, ma entità sacre per questa cultura.
