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Questa parte è dedicata alle curiosità, dove ti puoi addentrare in alcuni luoghi insoliti. Buon viaggio!

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UN BOSCO ESOTERICO SI NASCONDE IN PROVINCIA DI VITERBO, NEL LAZIO. È IL PARCO DEI MOSTRI DI BOMARZO, DOVE DIVINITÀ, ILLUSIONI OTTICHE E BOCCHE INFERNALI RIVELANO UN PERCORSO INIZIATICO. Chiamato anche Sacro Bosco, il Parco dei Mostri si trova vicino a Bomarzo, un borgo situato nella storica regione geografica della Tuscia. Fu creato nel 1552 dal principe Vicino Orsini, che lo dedicò alla memoria della moglie defunta, Giulia Farnese. Trasformò il suo profondo dolore in arte, dando vita a un percorso capace di curare le ferite dell'anima e di ridare pace interiore. Le imponenti sculture non furono trasportate nel parco, ma gli scultori lavorarono direttamente sul posto, scolpendo enormi massi di peperino (una roccia vulcanica locale). Tra queste opere sono, ad esempio: le Sfingi poste all'ingresso, due sculture monumentali che accolgono i visitatori e li invitano, attraverso iscrizioni, a non lasciarsi ingannare dalle apparenze, ma a cogliere il vero significato di ogni scultura; il Proteo (o Glauco), un'enorme testa mascherata che sembra emergere dal terreno, che vuole comunicare il tema del mutamento e dell'illusione che domina l'intero giardino; Ercole e Caco, ossia il gigante Ercole che squarcia la sua vittima Caco, che simboleggia la vittoria della ragione sulla forza bruta, l'ordine sul caos e il trionfo del Bene sul Male; la Casa Pendente, ovvero una casa in pietra inclinata di circa 10 gradi, il cui interno presenta pavimenti e pareti obliqui per offrire al visitatore un'immediata sensazione di perdita di equilibrio e vertigine, simboleggiando la caduta delle proprie sicurezze morali e sociali; l'Orco (la Bocca dell’Inferno), che permette al visitatore di essere letteralmente "inghiottito", e rappresenta la discesa negli inferi, il superamento delle proprie paure e l’accettazione della parte più istintiva e autentica; il Tempietto, una struttura neoclassica elegante e isolata rispetto al caos del parco, dedicata alla moglie morta, che simboleggia la pace, l'amore eterno e l'ascesa dell'anima. In conclusione, secondo Orsini, il bosco è un viaggio psicologico ed esoterico in cui i "mostri" non servono a spaventare, ma a testare il coraggio di chi cerca la verità.

UN PIANETA “ROSSO SANGUE” È RACCHIUSO NEL NOSTRO SISTEMA SOLARE: È MARTE, CARATTERIZZATO DA ENORMI CANYON, BIZZARRI “FIORI”, SOLCHI INTERMITTENTI E PORZIONI DI SUOLO CHE SI ARRICCIANO. Marte, il quarto pianeta del sistema solare, è un corpo roccioso visibile a occhio nudo, noto anche come "Pianeta rosso" a causa dell'ossido di ferro che ricopre il suo suolo. Pur presentando temperature che vanno da -153 °C in inverno a +20 °C in estate, possiede caratteristiche geologiche simili a quelle della Terra, tra cui valli, deserti, vulcani come l'Olympus Mons, il più grande del sistema solare, alto circa 24 km, ed enormi canyon come le Valles Marineris. Nonostante siano state compiute numerose missioni spaziali, non sempre ben riuscite, Marte conserva ancora oggi molti misteri. Vediamo alcuni esempi. 1. Il Pianeta rosso un tempo era blu. I segni geologici dimostrano che miliardi di anni fa Marte ospitava fiumi, laghi e un vasto oceano paragonabile al Mar Glaciale Artico. Oggi non si sa dove sia finito questo patrimonio idrico: si ipotizza che sia evaporato nello spazio oppure rimasto intrappolato nel sottosuolo. 2. I due emisferi sono molto diversi tra loro: quello settentrionale è caratterizzato da pianure lisce, giovani e poco profonde, mentre l'emisfero sud è montuoso, antico e craterizzato. Si suppone che la parte nord del pianeta sia stata colpita da un asteroide che ha cancellato i rilievi originari, oppure che ciò sia stato causato da antichi movimenti circolari del magma sotto la superficie. 3. I "fiori di Marte" sono frammenti minerali o, come si ipotizza, aggregati di cristalli formatisi miliardi di anni fa, quando l’acqua scorreva nel sottosuolo. 4. Linee di pendenza ricorrenti (RSL): ossia strie scure stagionali che appaiono sui pendii ripidi durante i mesi caldi e svaniscono con il freddo. Sebbene all’inizio fossero state spiegate come flussi di acqua salata, studi più recenti suggeriscono che potrebbero essere causate da scorrimenti di sabbia secca e polvere attivati da variazioni termiche. 5. Tappeto magico: si tratta di una parte del suolo marziano che, nell’atterraggio di un rover, si è sollevata e arricciata, sembrando plastilina o fango.

UNA CAVERNA MARINA È INCASTONATA IN UNA SCOGLIERA DI MALAGA, IN SPAGNA. È LA CUEVA DEL TESORO CHE, TRA PASSAGGI LABIRINTICI E LAGHETTI CRISTALLINI, CUSTODISCE UN ANTICO SEGRETO. Situata nella cittadina di Rincón de la Victoria, la Cueva del Tesoro (storicamente nota anche come Cueva del Higuerón y de la Victoria) è una meta imperdibile per chi esplora la Costa del Sol. Essa si formò nel periodo Giurassico grazie all'azione erosiva delle correnti del Mar Mediterraneo, ma deve il suo nome a una leggenda medievale legata a cinque re mori e a un tesoro nascosto. In particolare, si narra che l'ultimo re della dinastia almoravide, Tasufín ibn Alí, vi fece infossare le ricchezze reali prima di morire nel 1145. Nel corso dei secoli, molti avventurieri hanno cercato invano questo tesoro, come lo svizzero Antonio de la Nari, ma ancora oggi non è stato trovato nulla, alimentando così il mistero. Inoltre, la Cueva del Tesoro è una straordinaria rarità geologica: è l'unica grotta di origine marina in Europa, e una delle sole tre conosciute al mondo, a essere emersa e interamente visitabile con una passeggiata. Al suo interno si possono ammirare diverse camere, tra cui, ad esempio: la Sala de Marco Craso, dedicata al generale romano che, secondo la leggenda, vi cercò rifugio nell'86 a.C. per sfuggire alla persecuzione delle fazioni di Mario e Cinna; la Sala di Noctiluca, che prende il nome dall'antico santuario fenicio scoperto al suo centro e dedicato alla dea della luna e della notte, dove sono stati rinvenuti resti di ceneri di sacrifici rituali e reperti del Neolitico; e la Sala de los Lagos, caratterizzata da suggestivi laghi sotterranei di acqua cristallina generati dall'azione combinata delle maree e delle infiltrazioni di acqua dolce. La grotta è anche un rilevante sito archeologico: gli scavi condotti dal prof. M. Laza Palacio e dall’archeologo S. Giménez Reyna hanno scoperto, oltre a ceramiche, utensili e resti umani, anche sei monete d'oro almoravidi, interpretate come parte di un antico rituale di protezione. A prescindere che si apprezzino i miti romani, le divinità fenicie o le leggende medievali, la Cueva del Tesoro merita di essere visitata.

UNA SCINTILLANTE SPIAGGIA È NASCOSTA NELLA REGIONE DI PRIMORSKY, IN RUSSIA. È STEKLYANNAYA CHE, GRAZIE A MADRE NATURA, DA DISCARICA A CIELO APERTO È DIVENTATA UNA DISTESA DI CIOTTOLI DI VETRO COLORATO. Vicino alla città di Vladivostok, in una grande insenatura chiamata Baia di Ussuri, sul Mar del Giappone, si affaccia la coloratissima spiaggia di Buchta Steklyannaya (che significa letteralmente "Baia del Vetro"). Questo luogo racconta una storia di riscatto ambientale, in cui la natura ha corretto un greve errore umano. L’area è stata per secoli parte della Manciuria sotto il controllo dell’Impero cinese della dinastia Qing. Tra il 1858 e il 1860, la regione venne ceduta alla Russia tramite i trattati di Aigun e Pechino e, nei decenni successivi, il rapido sviluppo del porto di Vladivostok e la forte industrializzazione portarono a un crescente inquinamento. Nel 1967 la baia fu trasformata in una discarica a cielo aperto con tonnellate di rifiuti industriali, bottiglie e scarti di porcellana. Le acque divennero talmente pericolose da costringere le autorità locali a vietare l’accesso alla spiaggia. Oggi, una parte di questa baia è tornata a essere una spiaggia… sì, ma di vetro! Madre Natura ha provveduto per anni ad arrotolare e lucidare i pezzi di vetro abbandonati dall’uomo, trasformandoli in ciottoli scintillanti. Infatti, alla luce del sole, questi “piccoli diamanti” brillano di colori diversi mentre, nella stagione invernale, la neve ne esalta le tonalità vivide. A favorire questo fenomeno contribuisce anche la geologia della zona: le rocce vulcaniche locali e le forti correnti marine creano l’ambiente ideale per l’erosione del vetro e il suo deposito lungo il litorale. Si tratta quindi di una vera opera d’arte firmata “Madre Natura”, anche se Ussuri nasconde un fragile ecosistema. Il vetro è un materiale chimicamente inerte e atossico che non contamina il mare, ma la bellezza della baia è fortemente minacciata. L’azione erosiva delle onde, che ha levigato i ciottoli per anni, continua a polverizzarli, trasformandoli in comune sabbia. Inoltre, ogni anno migliaia di visitatori portano via i frammenti colorati come souvenir, accelerando la fine di questo magico mosaico.

 

UN LUOGO MAGICO SI TROVA NELLA REGIONE DELLA LIKA E DI SEGNA, IN CROAZIA: È IL PARCO DI PLITVICE CHE, TRA FORESTE, LAGHI E ROCCE “VIVENTI”, REGALA LA SENSAZIONE DI ESSERE IN UN PARADISO TERRESTRE. Situato nell’entroterra montuoso tra Zagabria e Zara, il Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice si estende su quasi 300 km². È noto per i suoi 16 laghi collegati da oltre 90 cascate, immersi in una fitta foresta popolata da orsi, lupi e vegetali rari. In particolare, l’area si divide in 2 settori, entrambi immersi in fitte zone boschive e ricchi di caverne: i 12 laghi superiori, tra cui spicca Galovac per la sua bellezza, e i 4 laghi inferiori, che terminano nella cascata di Veliki Slap, alta 78 metri. A fare da “divisione” tra i 2 settori c’è il lago Kozjak, il più grande e profondo del parco, lungo circa 3 chilometri e caratterizzato da una piccola isola centrale. Tuttavia, questo paradiso naturale, inserito tra i patrimoni dell’umanità UNESCO dal 1979, nasconde anche antiche leggende e segreti geologici. Ad esempio, secondo le credenze locali, in passato, per porre fine a una terribile siccità, gli abitanti implorarono una misteriosa Regina Nera (o ninfa del Velebit) che, mossa dalla compassione, scatenò una tempesta epica. La pioggia fu così abbondante da formare i 16 laghi, i cui due fiumi principali che alimentano il sistema idrico portano ancora i nomi evocativi di Fiume Bianco e Fiume Nero. D’altro canto, il segreto geologico della bellezza di Plitvice risiede nel fenomeno del travertino. Qui l’acqua, satura di carbonato di calcio, deposita minerali su muschi e alghe, dando vita a barriere naturali in costante crescita. Poiché queste dighe sono strutture vive, il paesaggio si evolve continuamente nel tempo: alcune cascate si prosciugano e nuovi flussi d’acqua vengono deviati. Questo dinamismo si riflette anche nei colori cangianti delle acque, che sfumano dal grigio al turchese fino al verde smeraldo, a seconda della luce, dei minerali e dei microrganismi presenti. Infine, è possibile esplorare il parco a piedi, seguendo una fitta rete di sentieri e passerelle di legno; in alcuni tratti si può attraversarlo anche in barca elettrica o con un trenino panoramico.

UNA STRAVAGANTE “TANA DI UN CONIGLIO” SI CELA NELLO SHROPSHIRE, IN INGHILTERRA: È L’INGRESSO DELLE CAYNTON CAVES, OSSIA UN TEMPIO FATTO DI CUNICOLI, CORRIDOI E CAMERE SEGRETE. Nel 2017, il fotografo britannico Michael Scott si è recato nei pressi di Shifnal, nello Shropshire, per scattare alcune fotografie a una misteriosa grotta di cui si conosceva già l’esistenza. Così, camminando lungo i confini di un campo agricolo, ha individuato una minuscola apertura nel terreno, nascosta alla vista dei passanti. L'accesso appare come un comune, piccolo buco scavato da conigli e Michael si addentrò, proprio come la protagonista della fiaba “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Una volta entrato, accovacciandosi, ha trovato un tunnel che conduce a un vero e proprio “mondo” sotterraneo: un’unica grotta, a meno di un metro di profondità, suddivisa artificialmente in una serie di caverne chiamate "Caynton Caves", che comprendono vari cunicoli, corridoi e camere neoromaniche scavate nell’arenaria, con archi scolpiti, pilastri, simboli e nicchie. Questa riscoperta ha stimolato la fantasia di archeologi e appassionati, i quali hanno ipotizzato che la struttura risalga a più di 700 anni fa e che appartenesse ai Cavalieri Templari, che l’avrebbero utilizzata come rifugio. Tuttavia, lo storico e autore Dan Jones ritiene che non vi siano prove che colleghino le grotte ai Templari e l'ente pubblico Historic England afferma che probabilmente si tratti di una folly (una struttura decorativa stravagante) edificata dalla famiglia locale Legge tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo. È quindi possibile che le Caynton Caves fossero state inizialmente il risultato di attività estrattive e solo dopo fossero state trasformate in piccole camere, costruite forse dai proprietari o da persone esterne allo scopo di celebrare cerimonie e rituali segreti. Oggi, tuttavia, la grotta non è aperta al pubblico poiché, nel 2012, ossia prima dell’arrivo di Scott, i proprietari avevano sigillato l'accesso a causa dei continui atti vandalici compiuti da gruppi abusivi, che la utilizzavano per rituali pagani e cerimonie di magia nera.

UNA SPLENDIDA “ATLANTIDE” GIACE SUL FONDO DEL MAR MEDITERRANEO, IN EGITTO. È THONIS-HERACLEION, UN’ANTICA CITTÀ FATTA DI TEMPLI, STATUE COLOSSALI E TESORI MILLENARI, CHE FU INGHIOTTITA DA FORTI TERREMOTI. Per gli antichi Egizi si chiamava Thonis, mentre per i Greci Heracleion, e fu costruita nell’VIII secolo a.C. su una rete di canali nella baia di Aboukir diventando una città portuale, nonché la porta d'accesso all'Egitto, dove venivano riscosse le tasse e controllati gli scambi commerciali. Essa aveva anche un’importanza sacra e ospitava cerimonie come i Misteri di Osiride, celebrazioni che commemoravano la rinascita del dio dell’oltretomba con una processione fluviale attraverso i canali, attirando numerosi pellegrini. Tuttavia, intorno alla metà del II secolo a.C., un forte terremoto provocò la liquefazione del terreno su cui poggiava Heracleion, inghiottendo i suoi grandiosi templi. La città non fu distrutta, ma senza quei monumenti perse a poco a poco la sua importanza come centro nevralgico della vita sociale e religiosa. In seguito, il progressivo cedimento del suolo, l’innalzamento del livello del mare, l’erosione costiera e ulteriori terremoti la condussero nell'oblio, sommersa nei fondali del Mediterraneo. Così, essa rimase sommersa per oltre 1200 anni, fino a quando, nel 2000, l'archeologo Franck Goddio e il suo team la localizzarono basandosi sui testi di due importanti studiosi dell’antichità: Erodoto e Strabone. La mappatura precisa dei fondali fu resa possibile grazie all’uso di tecnologie avanzate come sonar, batimetria e risonanza magnetica nucleare. Successivamente, gli archeologi recuperarono enormi statue, alcune superiori alle cinque tonnellate, utilizzando gru e montacarichi. Tuttavia, nel rispetto delle regole UNESCO, molti manufatti non furono rimossi dal fondale e i subacquei si limitarono a catalogare e fotografare i reperti, studiando le iscrizioni attraverso calchi in silicone portati in superficie. In particolare, furono rinvenuti: statue colossali di faraoni, templi, monili, navi, monete d’oro, statuette di divinità, ecc. Tutto il materiale è stato conservato grazie alla sabbia, che lo ha “protetto” dall’usura del mare.

UNA “POMPEI GIURASSICA” SI CELA SOTTO LE DOLCI COLLINE CHIAMATE COTSWOLDS, IN INGHILTERRA. TUTTA COLPA DI UN CATACLISMA IMPROVVISO CHE HA “CONGELATO”, IN POCHI ATTIMI, UN INTERO ECOSISTEMA. Nel centro-sud dell’Inghilterra si estende una vasta area chiamata Cotswolds, caratterizzata da colline che ospitano villaggi, castelli e dimore signorili. Come ad esempio Castle Combe, un borgo costituito da casette in pietra calcarea; oppure Bibury, luogo pittoresco famoso per le sue storiche costruzioni; e Bourton-on-the-Water, nota per essere situata lungo i canali le cui acque provengono dal fiume Windrush. Nel 2021, due paleontologi, Sally e Neville Hollingworth, hanno portato alla luce, in una cava segreta situata a sud-ovest della regione, un pezzo di fondale marino che ha conservato decine di migliaia di creature risalenti a circa 167 milioni di anni fa. In questa zona, durante il Giurassico medio, i dinosauri si aggiravano intorno a un estuario che sfociava in un bacino caldo e poco profondo, con una ricca vita marina di echinodermi. Inoltre, all’epoca le Cotswolds si trovavano più vicine al Nord Africa che all’Inghilterra, a causa del movimento delle placche tettoniche; per questo motivo la temperatura del mare era più elevata. Tuttavia, in un infausto giorno del Giurassico, un tappeto di stelle marine, ricci, cetrioli di mare e gigli di mare, che ondeggiava dolcemente nella corrente, fu improvvisamente travolto da un cataclisma: una valanga sottomarina, forse provocata da un terremoto, che ricoprì l'intero fondale con uno spesso strato di fango. Se questi organismi avessero potuto urlare, sicuramente lo avrebbero fatto, come si evince dalla posizione di stress assunta dai loro corpi, un chiaro tentativo di difesa. Per i paleontologi, questo fondale marino rappresenta una sorta di «Pompei giurassica», poiché l'intero ecosistema è stato "congelato nel tempo" in pochi istanti. Di conseguenza, questa catastrofe ha permesso agli esperti del Natural History Museum di Londra di comprendere la struttura corporea di alcuni animali e di scoprire nuovi dettagli sulle condizioni climatiche dell'epoca.

UN MONDO “ALIENO” È STATO SCOPERTO GRAZIE A POTENTI FOLATE DI VENTO NEL NEW MEXICO (USA). È LA GROTTA DI LECHUGUILLA, FATTA DI LAMPADARI DI GESSO, FOGLIE DI NINFA E LAGHETTI D’ACQUA LIMPIDISSIMA. La grotta di Lechuguilla fa parte del parco nazionale delle Carlsbad Caverns, New Mexico (USA) e deve il suo nome a una pianta tipica della zona: l'Agave lechuguilla, che si trova vicino al suo ingresso. Oggi è considerata come una delle grotte calcaree più profonde degli Stati Uniti e più lunghe al mondo, ma prima del 1986 presentava un pozzo d'ingresso insignificante di 27 metri che conduceva a 122 metri di cunicoli asciutti e senza uscita. Tuttavia, negli anni ’50, alcuni speleologi udirono del vento fortissimo proveniente dal pavimento ostruito dai detriti ma solo nel 1984 ottennero il permesso di ripulire il fondo del pozzo dai frammenti di roccia. Dopo due anni di scavi, nel 1986 riuscirono ad entrare per la prima volta in una delle grotte più belle del mondo, con i suoi 242 km di estensione e 489 metri di profondità, scoperti successivamente nell’arco di 35 anni di spedizioni. Durante le loro esplorazioni, gli speleologi furono accolti da una varietà incredibile di minerali, laghetti d’acqua limpida ma anche da conformazioni geologiche bizzarre, tra cui: lampadari, capelli e barbe di gesso; palloncini di idromagnesite; foglie di ninfea; perle di grotta e depositi di zolfo color giallo limone. Inoltre, per orientarsi nei suoi oltre 240 km di labirinti, gli speleologi hanno dovuto inventare una toponomastica, battezzando le macro-aree con nomi suggestivi: Oz e Munchkinland, una gigantesca sezione sopraelevata, lunga 180 metri, ribattezzata con i nomi tratti dal romanzo e dal film “Il Mago di Oz”; il Golfo delle Perle, ovvero un'area allagata rinomata per la massiccia presenza di perle di grotta, e la Sala da Ballo dei Lampadari, chiamata così perché il soffitto è ricoperto da colossali cristalli traslucidi pendenti che ricordano i lampadari di cristalli. Per preservare il più possibile il microclima della grotta, oggi l’accesso è limitato al personale autorizzato, ma chi si addentra affronta un’umidità costante del 99-100%, dove ogni passo diventa uno sforzo immane.

UN SUGGESTIVO BORGO È SOSPESO SU UN LEMBO DI TUFO, NEL LAZIO: È CIVITA DI BAGNOREGIO CHE, NONOSTANTE I SUOI AFFASCINANTI VICOLI, PIAZZETTE ED EDIFICI, FORSE È DESTINATA A SCOMPARIRE. La località si trova in provincia di Viterbo, in mezzo a valli di calanchi, tra il lago di Bolsena e la valle del Tevere, a breve distanza dal confine con l'Umbria. A renderla unica è la sua incredibile posizione: sorge isolata in cima a una rupe stretta e rocciosa di tufo che, poggiando su una base argillosa, continua nel tempo a sgretolarsi per via dell’azione combinata di fattori geologici, atmosferici, sismici e idrografici. Per questo motivo Civita di Bagnoregio è chiamata “la città che muore”: i processi di erosione continuano ancora oggi e il borgo rischia fisicamente di scomparire. La scelta di costruire in un punto così precario non fu però casuale. Circa 2.500 anni fa, gli Etruschi fondarono qui il primo insediamento, considerandolo una roccaforte strategica sia per il commercio sia per la difesa militare. Consapevoli della fragilità del terreno, questo popolo progettò ingegnosi sistemi idraulici per canalizzare le acque, che furono poi potenziati e mantenuti anche dagli antichi Romani. Tra la metà e la fine dell'VIII secolo d.C. nacque il nome del borgo, Balneum Regis (da cui deriva "Bagnoregio"), secondo una leggenda. Si narra infatti che il re longobardo Desiderio guarì da una grave malattia proprio grazie alle straordinarie proprietà terapeutiche delle acque termali della zona. Durante il Medioevo il borgo visse il suo massimo splendore, arricchendosi di edifici e strutture che in parte possiamo ammirare ancora oggi. Per raggiungere Civita è necessario percorrere a piedi il ponte sospeso lungo circa 300 metri. L'accesso al paese avviene attraverso Porta Santa Maria, l'unica superstite delle cinque porte originarie. Oltrepassata la soglia, ci si ritrova in un labirinto di vicoli medievali, piazzette e antichi edifici in pietra, tra cui, ad esempio: la Chiesa di San Donato, il Museo Geologico e delle Frane ospitato nel Palazzo Alemanni e la Grotta di San Bonaventura. In conclusione, Civita di Bagnoregio è un luogo affascinante, da visitare prima che “sparisca”.

UN INSOLITO METEORITE APPARE E POI SCOMPARE TRA LE DUNE DEL DESERTO DEL SAHARA, IN MAURITANIA. È IL “FERRO DI DIO”, UNA GRANDE FORMAZIONE FERROSA SORMONTATA DA “AGHI METALLICI”. Nel 1916, il capitano dell'esercito francese Gaston Ripert si trovava a Chinguetti, in Mauritania. Durante una conversazione con alcuni cammellieri, sentì parlare del "Ferro di Dio", ossia di una misteriosa e gigantesca massa metallica nascosta tra le dune del deserto del Sahara. Così, incuriosito, si recò sul posto accompagnato da un capo tribù locale e vide un'immensa formazione di ferro lucente, sormontata da strani "aghi metallici" e di dimensioni impressionanti: lunga almeno 100 metri e alta 40 metri. Ripert riuscì a staccare e portare via un frammento di 4,5 kg, che si trovava appoggiato sulla massa principale. Poco dopo, la sua guida morì avvelenata, rendendo impossibile rintracciare il luogo esatto. Nel 1924, il geologo Henry Hubert inviò il frammento a Parigi e il mineralogista Alfred Lacroix, analizzando la roccia, confermò la natura extraterrestre del campione. In particolare, fu classificato come mesosiderite, un raro tipo di meteorite ferro-roccioso, convincendo la comunità scientifica dell'effettiva esistenza della cosiddetta "collina di ferro". Per questo motivo, nello stesso anno, iniziarono numerose spedizioni guidate da militari e studiosi per localizzare il colosso, tra cui lo scienziato Théodore Monod, che lo cercò fino al 1989 senza mai trovarne traccia. In seguito, dopo vari dubbi sull'esistenza del "Ferro di Dio", nel 2003 gli scienziati scoprirono per la prima volta che gli "aghi metallici" menzionati da Ripert sono reali strutture duttili presenti nei meteoriti ferrosi ricchi di nichel, un fenomeno allora sconosciuto, che il capitano non poteva quindi conoscere. Nel 2024, un team di ricercatori ha pubblicato uno studio basato su modelli digitali di elevazione (DEM) secondo cui la "collina di ferro" potrebbe essere sepolta sotto le dune mobili del Sahara. Nel corso di un secolo, infatti, le sabbie possono spostarsi per chilometri e superare i 40 metri d’altezza del meteorite poiché in Mauritania questi rilievi sabbiosi sono in grado di superare i 150 metri di altezza.

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UNA STRANA ENTITÀ SI AGGIRA TRA LE MURA DEL CASTELLO DI MONTEBELLO, IN PROVINCIA DI RIMINI. SI CHIAMA AZZURRINA, UNA PRESENZA SOPRANNATURALE CHE SI MANIFESTEREBBE OGNI CINQUE ANNI. Il Castello di Montebello, situato nel comune di Poggio Torriana, è una spettacolare fortezza medievale arroccata a 436 metri di altitudine, celebre per la sua importanza storica e architettonica, nonché per la famosa leggenda del fantasma di Azzurrina. In particolare, si narra che alla fine del XIV secolo in questo castello vivesse una bambina di nome Guendalina, figlia del feudatario Ugolinuccio o Uguccione. Ella era albina e sua madre, per proteggerla dalle accuse di stregoneria, le tinse i capelli con delle erbe; tuttavia, la tintura riuscì solo a conferire loro una sfumatura azzurra che, insieme ai suoi occhi dello stesso colore, diede origine al suo soprannome: Azzurrina. Il 21 giugno 1375, solstizio d’estate, la bambina stava giocando con la sua palla di pezza quando, a un certo punto, la palla le sfuggì di mano e lei le corse dietro, scendendo giù per le scale fino alla ghiacciaia del castello. Da allora Guendalina scomparve e non fu mai ritrovata, ma ogni cinque anni, sempre il 21 giugno, nel castello si dice che riecheggino pianti e urla attribuiti a una presenza soprannaturale. Questa classica storia di fantasmi ci è giunta grazie a un presunto resoconto scritto da un parroco della zona intitolato "Mons Belli et Deline", datato 1620, anche se tale documento non è mai stato ritrovato. Tuttavia, la leggenda di Azzurrina iniziò a diffondersi a partire dal 1989, anno in cui il castello venne ristrutturato e, per coprire le spese, si organizzarono le prime visite turistiche. Nel 1990 la RAI effettuò la prima storica registrazione delle presunte urla e, successivamente, altri studiosi del paranormale affermarono di riconoscere il pianto della bambina. Il 21 giugno 2010, alcuni ricercatori del CICAP realizzarono delle approfondite registrazioni, ma nessun rumore risultò attribuibile a una possibile entità. Secondo Piero Angela, quando il controllo scientifico è nullo il fenomeno appare intenso, mentre, al contrario, quando il controllo aumenta, il fenomeno scompare.

DUE GIOIELLI DI ORIGINE EXTRATERRESTRE EMERGONO DAL PREISTORICO TESORO DI VILLENA IN SPAGNA: SONO UN BRACCIALE E UNA SEMISFERA CAVA, REALIZZATI PRIMA DELLA SCOPERTA DEL FERRO. Nel 1963, vicino alla città di Villena, nella provincia di Alicante, l’archeologo José María Soler García scoprì il cosiddetto "tesoro di Villena", una delle più preziose raccolte di gioielli dell’Età del Bronzo mai rinvenute in Europa. In particolare, la scoperta comprendeva 66 oggetti, tra cui braccialetti, coppe, bottiglie e altri ornamenti, realizzati in oro, argento e ambra, per un peso totale di quasi 10 kg. Tra questi reperti vi erano però due oggetti in metallo insolito: un bracciale e pomo di spada semisferico cavo ricoperto d’oro, identificati come "ferro" nonostante l’Età del Ferro fosse iniziata intorno all’850 a.C., ossia molto dopo il resto del tesoro, datato tra il 1500 e il 1200 a.C. Questa discrepanza temporale generò un “mistero” cronologico per oltre sessant’anni, finché nel 2007 l’archeologo Salvador Rovira-Llorens e i suoi collaboratori condussero le prime analisi moderne e raccolsero campioni dai due reperti. Finalmente, nel 2024, gli studiosi pubblicarono i risultati sulla rivista “Trabajos de Prehistoria”. In particolare, grazie alla spettrometria di massa, rilevarono livelli di nichel fino al 5,5% nel reperto a forma di semisfera, una concentrazione impossibile da trovare nel ferro terrestre, ma tipica dei meteoriti caduti sulla Terra circa un milione di anni fa. Questa scoperta dimostra inoltre che gli artigiani iberici avevano già acquisito l’abilità di lavorare metalli di origine spaziale in un’epoca in cui non avevano ancora imparato a estrarre il ferro dalle rocce terrestri. Tale “incoerenza” deriva dal fatto che il ferro meteoritico è un metallo già pronto all’uso; pertanto, gli artigiani lo modellavano a freddo o lo intiepidivano leggermente. Al contrario, il ferro terrestre è mescolato alla roccia minerale e, per ottenerlo, deve essere riscaldato ad alte temperature, un processo che si sviluppò in seguito. Tuttavia, il tesoro di Villena non è stato il primo a includere oggetti in ferro meteoritico: furono gli antichi Egizi a usarlo per creare le perline di Gerzeh (3300-3500 a.C.).

UNA città STREGATA È ADAGIATA TRA LA VAL D’ERA E LA VAL DI CECINA, IN PROVINCIA DI PISA. È VOLTERRA, LE CUI LEGGENDE DI STREGHE, I LUOGHI OSCURI E UN INQUIETANTE STRADARIO, LE DONANO UN FASCINO SPETTRALE. Volterra è una città d’arte fortificata che conserva intatto il suo aspetto medievale, racchiusa entro una doppia cinta muraria: quella etrusca e quella del XIII secolo. Al suo interno è possibile visitare, ad esempio, il Palazzo dei Priori, il Duomo, l’Acropoli etrusca con il museo annesso, il Teatro Romano e la Fortezza Medicea. D’altro canto, Volterra nasconde anche un lato oscuro, strettamente legato al mondo delle streghe e del maligno. In particolare, secondo la leggenda, tanto tempo fa una potente strega, Aradia, figlia della dea Diana e di suo fratello Lucifero, scese sulla Terra e si stabilì a Volterra. Il suo scopo era insegnare le arti magiche a tutte le persone sottomesse alla schiavitù. Tuttavia, la Chiesa la condannò al rogo e la imprigionò, ma il giorno dell’esecuzione la sua cella fu trovata vuota. Un’altra leggenda riguarda le Streghe di Mandringa e l’omonimo sasso. Quest’ultimo è un masso erratico sotto il quale ancora oggi sgorga acqua limpida e pura dalla sua profonda spaccatura. Nel corso dei secoli, durante le ore diurne, la fonte veniva utilizzata dalle donne per lavare i panni o per rifornirsi d’acqua, ma il sabato sera il masso diventava un luogo spettrale. Sembra, infatti, che le streghe si riunissero in questo luogo per celebrare il loro sabba danzante e il principe delle tenebre. Oltre alle streghe, l’antico borgo vanta anche altre stranezze, tra cui uno “stradario inquietante”, le cui vie hanno nomi che evocano situazioni di disagio o di pericolo e luoghi infestati da presenze soprannaturali. Infatti, passeggiando tra i suoi tipici vicoli stretti, è possibile attraversare, ad esempio: il vicolo delle Streghe, il Chiasso delle Zingare, il vicolo Castrati e degli Abbandonati, via delle Prigioni e il vicolo delle Prigioni, via Vecchi Ammazzatoi e via Coda Rimessa. Infine, Volterra è una città che ha ispirato vari poeti come Gabriele D’Annunzio, nel suo romanzo "Forse che sì, forse che no", e scrittrici come Stephenie Meyer, autrice della saga “Twilight”.

DALL’OCCHIO GIGANTE ALLA SAVANA PREISTORICA, DAI FOSSILI DI ANIMALI ANCESTRALI ALLE DUNE A STELLA: SONO ALCUNI MISTERI CHE SI AGGIRANO TRA LE ROVENTI SABBIE DEL DESERTO DEL SAHARA. Nel Nord Africa, diviso dai confini di circa dieci nazioni, il Sahara è uno dei deserti più grandi del mondo, con una superficie di 9,2 milioni di km². Tuttavia, questo luogo magico cela alcuni misteri e scoperte. 1. L'Occhio del Sahara (Struttura di Richat) è una formazione geologica circolare, situata in Mauritania, dal diametro di 40-50 km che in passato era ritenuta un cratere meteoritico. Studi più recenti sostengono, invece, che circa 100 milioni di anni fa, durante la separazione del supercontinente Pangea, il magma, risalendo in superficie, abbia creato una sorta di enorme "bolla". In seguito, il “sostegno” magmatico sotterraneo diminuì, la cupola collassò e, anche grazie agli agenti atmosferici, si creò la struttura a forma circolare tutt’oggi visibile. 2. Circa 11.000-5.000 anni fa il Sahara era una verde prateria, dove prosperavano insediamenti umani e una varietà di piante e animali. Questo avviene ogni 20.000 anni grazie ai cambiamenti dell’inclinazione dell’asse terrestre che, a loro volta, influenzano la distribuzione della luce solare tra le stagioni. Di conseguenza, durante i picchi di insolazione, i monsoni africani diventano molto più intensi, rendendo il Sahara un luogo umido e più verde. 3. La Valle delle Balene (Wadi al-Hitan), in Egitto, è un sito paleontologico dove sono stati rinvenuti centinaia di fossili di archeoceti, ovvero gli antenati delle balene moderne. Questo ritrovamento ha dimostrato che oltre 40 milioni di anni fa il luogo era parte dell’antico Oceano Tetide, dove vivevano varie specie marine primitive. 4. Le dune a stella sono formazioni sabbiose caratterizzate da bracci curvilinei che si estendono da un picco centrale. Esse si originano in aree dove i venti soffiano da direzioni diverse, accumulando la sabbia verso un unico centro. Ad esempio, nel Sahara marocchino, la duna Lala Lallia è alta circa 100 metri e larga 700; la sua età alla base è di 13.000 anni, mentre la parte superiore risale a 1.000 anni fa. Queste dune si spostano di circa 50 cm all'anno.

TRA LE FOLTE NEBBIE DEL MONTE KILIMANJARO, IN TANZANIA, UNA STRANA ZONA SEMBRA SOSPESA NEL CIELO. È LA “FORESTA PREISTORICA” CHE, CON LA SUA VEGETAZIONE GIGANTE, RICORDA PAESAGGI DI UN’ERA GEOLOGICA REMOTA. A un’altitudine compresa tra i 2.700 e i 4.000 metri, sulle pendici del monte Kilimanjaro, si trova la cosiddetta “foresta preistorica”, una zona di transizione tra la foresta pluviale e la landa alpina, spesso avvolta dalla nebbia. Questo ecosistema unico è caratterizzato da specie vegetali dall’aspetto primordiale, tra cui il senecio gigante (Dendrosenecio) e la Lobelia deckenii. Per quanto riguarda la prima pianta, appartenente alla famiglia delle Asteraceae (la stessa dei girasoli), è considerata un simbolo di resistenza biologica poiché si è evoluta da un comune senecio (pianta erbacea) circa un milione di anni fa, adattandosi alle rigide condizioni del Kilimanjaro. Si distingue per la sua altezza, con lunghi tronchi che possono raggiungere dai 7 ai 10 metri d’altezza. La sua forma ricorda un incrocio tra un cactus e un ananas, e in cima al fusto presenta una corona di robuste foglie verdi. Per sopravvivere alle gelate notturne, tipiche delle alte quote africane, queste piante hanno sviluppato meccanismi di difesa unici, tra cui: 1. isolamento naturale: le foglie morte non cadono, ma restano attaccate al tronco formando uno strato isolante che protegge il fusto dal freddo; 2. antigelo biologico: secernono fluidi speciali e chiudono le foglie a rosetta durante la notte per proteggere le gemme vitali dal gelo; 3. riserva idrica: il midollo del tronco funge da serbatoio per immagazzinare l'acqua, aiutando la pianta a sopravvivere ai periodi di siccità; 4. relazioni simbiotiche: i licheni presenti sulla pianta aiutano a trattenere l'umidità. Per quanto riguarda la Lobelia deckenii, appartenente alla famiglia delle Campanulaceae, può raggiungere i 3 metri di altezza, ha un fusto cavo e fiori blu disposti su grandi spighe verticali claviformi, sostenute da una grande rosetta fogliare. Come il senecio gigante, anche questa specie affronta le condizioni estreme del Kilimanjaro con meccanismi di adattamento simili.

UN LUOGO FIABESCO GIACE A TORRE ALFINA, IN PROVINCIA DI VITERBO. È IL BOSCO DEL SASSETO, DOVE TRA MASSI LAVICI, ALBERI CONTORTI E UNA TOMBA NEOGOTICA, SI VIENE TRASPORTATI IN UN MONDO INCANTATO. Nominato dal National Geographic “Il bosco di Biancaneve”, il Bosco del Sasseto si trova ai piedi del borgo e del Castello di Torre Alfina, nel comune di Acquapendente. Il nome “Sasseto” deriva dai numerosi massi lavici originatisi circa 800.000 anni fa a causa dell'attività del complesso vulcanico dei Monti Volsini, la cui bocca eruttiva era situata nell’area dell’attuale castello. Grazie alla qualità del suo terreno, il bosco è diventato uno “scrigno di biodiversità” unico in Europa e, nel 2006, è stato dichiarato Monumento Naturale della Regione Lazio. In particolare, vi si trovano oltre 30 specie diverse di alberi, alcuni dei quali hanno una forma contorta, tanto da ricordare streghe immobilizzate lungo questi sentieri. Nel percorso si possono incontrare anche enormi tronchi abbattuti e radici aggrovigliate su massi ricoperti di muschi, licheni e vari tipi di funghi. Anche gli “abitanti” del bosco sono piuttosto variegati: si possono osservare diverse specie di anfibi, uccelli notturni e diurni, mammiferi, insetti e rettili. A rendere ancora più surreale l’atmosfera del bosco è la presenza di una tomba neogotica fatta costruire a fine Ottocento dal Marchese Edoardo Cahen d'Anvers, l’uomo che acquistò il castello di Torre Alfina e trasformò il bosco in un parco romantico. Il nobile, infatti, amava così tanto la selva del Sasseto da chiedere di esservi sepolto. Il suo corpo fu quindi mummificato e ricoperto di cera e, ancora oggi, giace intoccabile all’interno del suo mausoleo. Per quanto riguarda lo stile della struttura, si tratta di un classico esempio di neogotico rurale, caratterizzato da guglie, archi a sesto acuto e dall’uso della scura pietra lavica locale. Infine, come già accennato, sopra il bosco si erge un borgo con il suo castello, appartenuto appunto al marchese, le cui origini affondano nell’Alto Medioevo e sono legate alla storia del borgo stesso. Un viaggio che non solo ci riporta con la mente indietro nel tempo, ma ci immerge anche in un mondo fiabesco.

UNA CITTÀ ESOTERICA SI TROVA NELLA REPUBBLICA CECA: È PRAGA, CHE CON IL SUO OROLOGIO ASTRONOMICO, LE CASE DALL’ASPETTO FIABESCO E UN’ISOLA MODELLATA DAI TEMPLARI, È DIVENTATA RICCA DI FASCINO E MISTERO. Posizionata in uno dei vertici del triangolo della magia bianca (insieme a Torino e Lione), Praga è considerata uno dei centri esoterici più importanti al mondo. Già nel XIV secolo, infatti, fu governata da Carlo IV di Lussemburgo, appassionato di magia e numerologia, e poi da Rodolfo II d’Asburgo, che si circondò di alchimisti, maghi e astronomi alla ricerca della pietra filosofale e della conoscenza occulta. Un passato che ha lasciato un segno indelebile, testimoniato da numerose attrazioni, tra cui: 1. l’Orologio Astronomico, un monumento scientifico installato nel 1410 sulla torre del Municipio della Città Vecchia, dapprima concepito per aiutare i contadini a monitorare i cambiamenti stagionali. Questo capolavoro, ogni ora dalle 9 alle 23, mette in scena un breve spettacolo meccanico ricco di simboli esoterici e cristiani; 2. il Ponte Carlo, costruito dal re Carlo IV sopracitato per sostituire il Ponte di Giuditta distrutto dal fiume Moldava nel 1342, collega Staré Město (Città Vecchia) al quartiere di Malá Strana. Il sovrano scelse di iniziare la costruzione in una data suggerita da astrologi di fiducia: il 9 luglio 1357 alle ore 5:31, la cui sequenza numerica 135797531 avrebbe protetto la struttura da ogni cataclisma; 3. il Vicolo d’Oro, situato all’interno delle mura del Castello di Praga, è una strada stretta composta da 16 case colorate, edificate nel XVI secolo per ospitare inizialmente i 24 guardiani dell’imperatore e le loro famiglie. L’abitazione più nota del vicolo è la n. 22, che ospitò lo scrittore Franz Kafka, ma degna di nota è anche la casa al n. 14, appartenuta alla cartomante Madame de Thebes, condannata a morte per aver predetto la sconfitta della Germania di Hitler; 4. l’Isola di Kampa, situata lungo il fiume Moldava e separata dalla terraferma da un canale chiamato Čertovka (il "Canale del Diavolo"). Quest’ultimo fu costruito forse nel 1100 dall’Ordine dei Cavalieri di Malta per alimentare i mulini della zona, modellando definitivamente l’isola.

MISTERIOSI “FUNGHI GIGANTI” EMERGONO NELLA VAL MAIRA, IN PROVINCIA DI CUNEO, PIEMONTE. SONO I CICIU DEL VILLAR, FORMAZIONI ROCCIOSE RISALENTI A 12.000 ANNI FA, CHE HANNO ISPIRATO LEGGENDE SULLE STREGHE. Nel comune di Villar San Costanzo, in località Costa Pragamonti (Val Maira), si trova la curiosa Riserva Naturale dei Ciciu del Villar, situata a quote comprese tra 670 e 1350 metri, sviluppata lungo le pendici del monte San Bernardo. Essa è stata istituita nel 1989 dalla Regione Piemonte allo scopo di proteggere le sculture morfologiche naturali dette Ciciu, parola piemontese che significa “pupazzo” o “fantoccio”. Alti fino a 10 metri, la loro forma ricorda quella di un fungo gigante: il cappello è costituito da un masso di gneiss, una roccia metamorfica dura e resistente, mentre il gambo è formato da terriccio argilloso di colore rossastro. In origine, i Ciciu del Villar si sono formati alla fine dell’ultima era glaciale, ovvero circa 12.000 anni fa, a causa dello scioglimento dei ghiacciai, che provocò lo straripamento del torrente Faussimagna. Di conseguenza l’acqua, scendendo lungo le pendici del monte San Bernardo, trasportò a valle una grande quantità di detriti che formarono i gambi dei “funghi di pietra”. I grandi cappelli scuri si sono formati, invece, a seguito di frane e/o eventi sismici. Naturalmente, nel corso dei secoli, queste strane sculture non potevano non favorire la nascita di leggende legate ai culti pagani e cristiani. In particolare, alcuni racconti narrano che i Ciciu siano nati per effetto delle masche, le streghe piemontesi, oppure sarebbero delle masche trasformate in pietra dopo che un uragano interruppe un rito magico durante un sabba. Secondo un’altra storia, invece, il martire San Costanzo, scappando dai soldati romani, giunse sul monte San Bernardo e, con una violenta maledizione, trasformò i militari in Ciciu. A tal proposito, infatti, vicino alla riserva si trova l’antica abbazia benedettina di Villar San Costanzo (712 d.C.), caratterizzata da una cripta risalente all’anno Mille, da affreschi dedicati a San Giorgio e da una lapide muraria tradizionalmente considerata intrisa del sangue di San Costanzo, citato poc'anzi.

 

UN GRANDE VOCIFERARE PROVIENE DAL PAESE DI SĂPÂNȚA, IN ROMANIA! SONO I DEFUNTI NEL CIMITERO ALLEGRO CHE, IN MODO DISCRETO, “SUSSURRANO” GOSSIP IMBARAZZANTI SULLA LORO VITA. A Săpânța, situato presso la chiesa ortodossa Nașterea Maicii Domnului giace il Cimitero Allegro (Cimitirul Vesel), un camposanto costituito da circa 800 croci in legno, intagliate e dipinte con colori vivaci. Su ciascuna di esse sono incisi bassorilievi che descrivono la vita del defunto: donne che filano la lana, cuociono il pane, uomini che intagliano il legno, arano la terra, e così via. Ogni croce è unica, sia per le immagini intagliate nella parte superiore, sia per le parole presenti nella parte inferiore della struttura. Vi si trovano infatti poesie ironiche e satiriche che immortalano un aspetto rilevante, una virtù o un difetto del defunto, come se fossero messaggi rivolti al mondo dei vivi. Ad esempio, in un’epigrafe si legge: «Lui amava i cavalli. Un’altra cosa amava molto. Sedersi al tavolo di un bar. Accanto alla moglie di un altro» oppure «Coloro che amano la buona grappa come me patiranno perché io la grappa ho amato e con lei in mano sono morto». Di solito i rumeni considerano la morte di un loro caro un momento solenne, ma questo bizzarro cimitero è anche associato alla cultura degli antichi Daci, che vedevano il trapasso come un momento gioioso, poiché avrebbe condotto il defunto a una vita migliore rispetto a quella terrena. Per quanto riguarda lo stile del Cimitero Allegro, esso fu creato da un abitante del posto, Stan Ioan Pătraș, che nel 1934 decise di realizzare la sua futura lapide e, in seguito, anche quella degli altri. Iniziò così a scrivere poesie spiritose sui defunti, a dipingere i loro ritratti sulle croci e a raffigurare il modo in cui erano deceduti. Nel 1977 Pătraș morì, lasciando casa e attività al suo apprendista Dimitru Pop, che ha trasformato l’abitazione del maestro in un museo-laboratorio. Nonostante l’umorismo nero delle croci, dice Pop, le famiglie desiderano che sulle croci sia riprodotta la vera vita del loro caro. Insomma, un modo per superare la paura della morte con ironia e per essere ricordati per sempre con un sorriso.

UN VERTIGINOSO PERCORSO SI STAGLIA NEL CANYON “LA GOLA DI GAITANES”, IN SPAGNA. È IL CAMINITO DEL REY CHE TRA CASE-GROTTE, REPERTI PREISTORICI E ROTAIE OTTOCENTESCE, FU IL SENTIERO PIU’ PERICOLOSO DEL MONDO. Il Caminito del Rey ("Sentiero del Re") è un percorso situato nella località di El Chorro, nella provincia di Málaga, in Andalusia. Si sviluppa all'interno della Gola di Gaitanes, un canyon scavato dal fiume Guadalhorce, caratterizzato da formazioni calcaree e dolomitiche risalenti a circa 150-200 milioni di anni fa. In particolare, il Caminito del Rey è lungo circa 7,7 chilometri, compresi gli accessi, e si trova a un’altezza di oltre 100 metri, con un andamento discendente. Agli inizi del XX secolo, operai e tecnici necessitavano di un passaggio stabile per collegare la centrale idroelettrica, le dighe e il canale di derivazione; per questo motivo fissarono travi metalliche alla roccia, parapetti rudimentali e mensole sulla parete viva. Nel 1921, il re Alfonso XIII inaugurò il percorso e da allora venne chiamato Caminito del Rey, in onore della presenza del sovrano. Col tempo la struttura si deteriorò, causando numerosi incidenti, tanto che fu soprannominata “il sentiero più pericoloso del mondo”. Nel 2015 è stato restaurato e oggi è possibile percorrerlo in totale sicurezza. Vediamo alcuni punti salienti. All’ingresso si trovano le case-grotta di Sierra Parda, arroccate e in parte risalenti al Medioevo, abitate negli anni ‘70 dagli operai della centrale. Nella prima gola il percorso si restringe e si possono osservare resti delle strutture originarie in cemento e rotaie ferroviarie. Tra la prima e la seconda gola si apre una cavità triangolare, nella quale sono disseminati resti di ceramica e tracce di caccia attribuibili all’uomo neolitico, risalenti a circa il 5000 a.C. Nella seconda gola si trovano i tunnel ferroviari della linea Málaga-Córdoba, realizzata nel 1865 con 17 trafori e numerosi viadotti. Per i più temerari, nella terza gola è presente un balcone di vetro dal quale è possibile osservare le cavità del Peñón del Cristo e reperti risalenti all’età del Bronzo. Infine, si trova il ponte metallico, lungo 35 metri, che permette di percepire l’imponenza del canyon.

 

UN CURIOSO “POPOLO” SBUCA TRA I CIUFFI D’ERBA DELLA VALLE DI BADA, IN INDONESIA. SONO GLI AFFASCINANTI MEGALITI DI GRANITO LA CUI ORIGINE, ANCORA OGGI, È SCONOSCIUTA. Sull'isola indonesiana di Sulawesi, a circa 15 km a sud del Parco Nazionale Lore Lindu, si trova un'area conosciuta come la valle di Bada, dove è possibile incontrare i megaliti di granito, semisepolti nei campi o rovesciati nei fiumi. Il sito fu scoperto nel 1908 e, fino ad oggi, gli studiosi hanno rilevato più di 400 pietre incise, di cui solo una trentina hanno la forma di figure umane. In particolare, queste ultime possono raggiungere un’altezza di 4 metri; i loro corpi hanno una postura eretta, le teste sovradimensionate, gli occhi rotondi e un’unica linea che definisce le sopracciglia, guance e mento. Ad alcune sculture antropomorfe, le più note, sono stati attribuiti dei nomi, come ad esempio: Palindo, che significa “l’intrattenitore”, il più alto di tutti, ipotizzato come una sorta di giullare; Maturu, ossia “l'uomo addormentato”, una figura maschile lunga circa 3,5 metri; e Langke Bulawe, “braccialetto d’oro”, una figura femminile alta 1,8 metri. Oltre a questi megaliti, sono presenti anche delle pietre circolari che ricordano vasi e cisterne, chiamate Kalamba. I ricercatori suppongono che esse venissero usate o come vasche da bagno per i re o come contenitori per conservare il grano. Nonostante i ritrovamenti, ancora oggi sappiamo poco su questo “popolo”: alcuni studiosi sostengono che le sculture siano state create almeno 5.000 anni fa, mentre altri non più di mille. Inoltre, la comunità scientifica non è ancora riuscita a comprendere lo scopo di queste sculture, anche se, secondo la catalogazione iniziata nel 2001, si ipotizza che possano essere collegate ad antichi culti tribali appartenenti a una civiltà sconosciuta. Tuttavia, il vero rompicapo è che il tipo di pietra con cui sono state realizzate non è presente sull’isola e che, in tutta la zona, gli archeologi non hanno mai trovato attrezzi o resti di insediamenti umani. Rimane quindi da pensare che queste curiose sculture siano state realizzate e poi trasportate da un altro luogo.

UN INCANTEVOLE BORGO SI ADAGIA TRA COLLINE VERDEGGIANTI E VIGNETI SECOLARI, IN FRANCIA. È RIQUEWIHR CHE TRA CASE COLORATE, FONTANE, TORRI DIFENSIVE, E BOTTEGHE ARTIGIANE, SEMBRA USCITO DA UNA FIABA. Riquewihr è un borgo medievale di circa 1.200 abitanti, situato nel dipartimento dell'Alto Reno in Alsazia (regione Grand Est), lungo la “Strada dei Vini”. È noto per essere uno dei villaggi più pittoreschi della Francia e per aver ispirato il film Disney “La Bella e la Bestia” (1991) e “Il castello errante di Howl” (2004) di H. Miyazaki. Uno degli aspetti che lo caratterizzano è la sua architettura, rappresentata dalle case a graticcio colorate, risalenti ai secoli XVI e XVII, spesso arricchite da decorazioni scolpite, balconi fioriti e insegne in ferro battuto. In particolare, gli edifici erano dipinti con vari colori per indicare l’attività commerciale (ad esempio, il blu segnalava la casa di un falegname, mentre il giallo quella dei panettieri), l’appartenenza religiosa (i colori più neutri corrispondevano ai protestanti) o lo status sociale (i colori vivaci rappresentavano il benessere del proprietario). Inoltre, sulle travi di legno gli alsaziani incidevano un linguaggio simbolico con lo scopo di comunicare messaggi o proteggere la casa. Tra le costruzioni più famose, situate sulla via principale del borgo, Rue du Général de Gaulle, si trovano: la Maison de Hansi, la Maison Irion, la Maison Preiss-Zimmer e la Maison des Légendes, un negozio che propone oggetti di stregoneria alsaziana, dedicato alla presunta strega vissuta nel XVII secolo che salvò gli abitanti di Riquewihr dagli invasori. Altri edifici di interesse sono: il municipio (Hotel de la Ville), costruito nel 1809 in stile neoclassico; la fontana di Belle, una delle immagini più iconiche del film “La Bella e la Bestia”; la Torre Dolder, una torre di avvistamento alta 25 metri, edificata nel 1291, utilizzata come punto di osservazione e elemento difensivo del borgo. Essa si trova accanto alla Porta Alta e offre una splendida vista sulle colline e sui vigneti circostanti. Infine, la Tour des Voleurs (Torre dei Ladri), costruita nel XIV secolo, nella quale è possibile visitare i sotterranei, l’antica prigione e la camera delle torture.

A SUD DELL’EGITTO, IN SUDAN, UN’ANTICA REGIONE È CONOSCIUTA COME “LA TERRA DELL’ORO”. È LA NUBIA CHE, TRA LE SUE SABBIE DESERTICHE, CUSTODISCE LA PIU’ ALTA CONCENTRAZIONE DI PIRAMIDI AL MONDO. Dichiarata Patrimonio dell’UNESCO nel 2011, la Nubia è un’antica regione del Sudan citata nei testi geroglifici come “La terra dell’oro”, poiché ricca di vene di quarzo aurifero. Qui, lungo il corso del Nilo, si trovano sparsi antichi templi e rovine di città leggendarie come Meroe, la capitale del regno di Kush (800 a.C. - 300 d.C.), El-Kurru e Nuri. In particolare, si contano circa 220 piramidi (in Egitto ce ne sono circa 120), che rappresentano la maggiore concentrazione al mondo, dove furono sepolte quasi 40 generazioni di reali nubiani. Tuttavia, anche se le piramidi sono state influenzate dagli antichi Egizi, presentano differenze strutturali. Nello specifico, le piramidi, che sovrastano le camere funerarie interrate, sono più appuntite rispetto a quelle classiche e più basse, con un’altezza massima di 20-30 metri, contro i 138 metri (attuali) della piramide di Cheope, ad esempio. Inoltre, le pareti sono più ripide, la base più stretta e davanti a ogni piramide si trova una piccola cappella funeraria decorata con rilievi. Sempre nella regione della Nubia, nell'antica città di Napata, si erge una montagna chiamata Jebel Barkal (montagna pura), alta 98 metri, con pendii ripidi e una peculiare guglia rocciosa che ricorda un cobra (simbolo reale egizio). Essa era considerata l’abitazione del dio Amon e, per questo, un luogo di pellegrinaggio e culto. Ai piedi del monte si trovano diverse strutture religiose costruite durante il regno dei “Faraoni Neri”. Ad esempio, vi è il Grande Tempio di Amon (XIII secolo a.C.), caratterizzato da un viale ornato da statue di arieti, una serie di cortili aperti, sale ipostile e un santuario interno, in parte scavato nella roccia della montagna. Un altro luogo di culto si trova a Naga, dedicato ad Apedemak (I secolo d.C.), ossia il dio guerriero rappresentato con corpo umano e testa di leone; infine, accanto a questa struttura, si trova il Chiosco Romano (II sec. a.C.), un mix unico di stili egizio, greco e romano.

NUMEROSI TICCHETTII “SI ODONO” IN UN PAESE UBICATO NELLA VAL PESARINA, IN FRIULI VENEZIA GIULIA. È PESARIIS, IL BORGO DEGLI OROLOGI, DOVE È POSSIBILE SCOPRIRE DIVERSI MODI DI MISURARE IL TEMPO. Pesariis è un tipico paese di montagna situato nella suggestiva Val Pesarina (nota anche come la Valle del Tempo), nel comune di Prato Carnico, in provincia di Udine. È conosciuto a livello internazionale come il "paese degli orologi" grazie a un’antica tradizione orologiaia iniziata nel 1691 dai membri della famiglia Cappellari. Tuttavia, la produzione ufficiale di orologi meccanici ebbe inizio nel 1725 con la fondazione dell’azienda storica “Fratelli Solari”, celebre in tutto il mondo, in particolare per la costruzione di orologi da torre.  Il villaggio è caratterizzato da case tradizionali in pietra e legno, con tetti dai ripidissimi spioventi coperti di tegole a scandole, in gran parte recuperate dopo il terremoto del 1976. Passeggiando tra le sue stradine, è possibile seguire un percorso espositivo di 15 orologi monumentali, progettati per rappresentare, attraverso varie forme artistiche, il trascorrere e la misurazione del tempo. Ad esempio, si possono osservare: 1. l’orologio a palette giganti, che mostra tutti i mesi dell’anno, il giorno del mese e della settimana, l’ora e la fase lunare; 2. l’orologio a vasche d’acqua, che utilizza un flusso costante per riempire ogni singola vasca in un’ora, dopodiché l’acqua passa alla vasca successiva fino al riempimento delle 12 vasche; 3. l’orologio con carillon, il cui carillon è collegato all’orologio elettrico degli anni ’50 che batte ore e quarti. Composto da undici campane, suona il canto antico “Us Saludi, o Marie” ed esegue diverse melodie; 4. l’orologio planisfero, che rappresenta le costellazioni e i movimenti celesti, offrendo una visione del tempo su scala cosmica; 5. l’orologio a scacchiera, le cui ore e minuti appaiono tramite la rotazione di quadrati bicolore (rosso e bianco), azionati da un orologio pilota.  Inoltre, a Pesariis è possibile visitare il Museo dell’Orologeria Pesarina, che espone la tradizione artigianale degli orologi, completando il percorso espositivo all’aperto citato pocanzi.

UN PAESE FANTASMA EMERGE TRA ACQUE PALUDOSE ED EDERA RAMPICANTE, A CISTERNA DI LATINA, NEL LAZIO. È NINFA, LE CUI MURA, PONTI ED EDIFICI MEDIEVALI SONO AVVOLTI DA UN ROMANTICO GIARDINO. L’antico paese di Ninfa si trova nella pianura pontina (Agro Pontino), in provincia di Latina, precisamente nel comune di Cisterna di Latina, ai piedi dei Monti Lepini. Il suo nome sembra derivare da un tempio dedicato alle ninfe, costruito in epoca romana nei pressi dell’omonimo laghetto e di un piccolo centro agricolo. Durante l’VIII secolo, la via Appia e la via Severiana divennero impraticabili a causa dell’avanzamento della palude; per questo motivo, i traffici commerciali si spostarono sulla dorsale collinare. Di conseguenza, tale cambiamento rese Ninfa un centro vitale per il controllo delle vie di comunicazione verso Roma e una ricca cittadina fiabesca. In particolare, nell’XI secolo gli abitanti costruirono una cinta muraria all’interno della quale sorsero chiese, torri e case, quasi tutte a due piani, dotate di un solaio o di un granaio. Una delle costruzioni più imponenti è il castello, che presenta, agli angoli della facciata, due torri merlate quadrangolari. Oltre a questi monumenti, vi è un ponte detto “del macello”, sotto il quale scorre il fiume Ninfa, e un laghetto che ospita un tipo di trota proveniente dall’Africa, importata dagli antichi Romani. Purtroppo, nel XIV secolo il paese fu distrutto, ma nel XVI secolo alcuni esponenti della famiglia nobile Caetani, presenti nel territorio pontino e lepino, decisero di far emergere le rovine medievali e di dar vita a un giardino con pregiate varietà botaniche, sorgenti e fontane. Tuttavia, solo nell’Ottocento l’inglese Ada Bootle Wilbraham, moglie di Onorato Caetani, e i suoi figli crearono una vera e propria oasi in stile anglosassone, bonificando le paludi, piantando cipressi, lecci e faggi, e restaurando altre rovine. Inoltre, anche l’ultima erede della famiglia, Lelia, diede il suo contributo, che permise a questa splendida meraviglia di guadagnarsi la fama di uno dei giardini più belli, romantici e suggestivi al mondo.

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